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Le nostre colpe: scioccante risvolto della medaglia

“Sbirri” è la storia di Matteo Gatti, un impegnato giornalista televisivo, che dopo aver vissuto il dramma per la perdita del figlio a causa dell’improvvida assunzione di una pastiglia di ecstasi, vuole svolgere un’inchiesta indagando in prima persona e viene così accolto dalla squadra speciale della Polizia in lotta contro lo spaccio di droga a Milano.

Matteo svolge quindi un viaggio reale nel mondo della droga alla disperata ricerca della verità sulla scomparsa del figlio, del vero colpevole e in sostanzza di se stesso in quanto genitore spesso assente e inadeguato. Matteo scopre con stupore ed incredulità tutti gli aspetti del dilagante fenome droga che contagia ogni fascia sociale e attanaglia sempre più giovani vittime. Ma nel contempo tocca le anime e le coscienze di poliziotti ligi al dovere, gravati dal pesante senso di responsabilità verso la società. Loro non si ritraggono ma, in prima linea, combattono quotidianamente mettendo a rischio le loro esistenze precarie.

A Roma per la presentazione del film che sarà nelle sale a partire dal 10 aprile erano presenti gli attori Raoul Bova, Luca Angeletti, Simonetta Solder ed il regista.

Da dove nasce il progetto di questo film cosí insolito? Pensi che oggi nello scenario giornalistico ci sia un giornalista cosí?
Raoul Bova: Inizio col dire che la figura del giornalista è ispirato a Fabrizio Gatti, reporter d’assalto dell’Espresso. Quanto all’idea del progetto, tutto è nato quando una sera ero a casa con mia moglie e stavamo vedendo il film documentario sulla squadra mobile di Milano di Roberto Burchielli, “Cocaina”.
Chiara è stata subito colpita dall’agghiacciante verità che veniva svelata. L’impatto, la forza ed il coraggio con cui i poliziotti raccontano il loro faticosissimo lavoro l’ha travolta a tal punto da avere la determinazione di cercare un regista adatto per porter realizzare qualcosa insieme che avesse loro come protagonisti.
Una volta trovato Roberto Burchielli si rifletteva sul fatto che serviva un attore che s’integrasse nella realtà, che si mescolasse agli agenti di polizia in borghese, in macchina, per strada, nei locali, a cercare e ad arrestare gli spacciatori, di fatto una persona coraggiosa che fosse pronta a mettersi in gioco. Subito mi sono fatto avanti per affrontare la sfida. E dopo neanche un mese eravamo a Milano pronti per le riprese.
Da qui è nata l’idea della verità portata su schermo. Un giornalista che fosse quasi un ipotetico giornalista qualunque. Creare un dramma, come la morte di un figlio a causa di una pasticca, e di qui la rottura con il partner, la crisi ed il conseguente avvio verso l’emozionante ricerca di un figlio che, ahimè, forse non si era mai conosciuto completamente.
È stato un viaggio alla volta della conoscenza e della ricerca di se stessi. La sfida più grande era inserire un personaggio di fantasia in un ambiente reale. Gli sguardi, i gesti, i comportamenti sono tremendamente reali e coinvolgenti.

Raoul ha partecipato alle indagini, ai pedinamenti, agli interrogatori, ma come ha fatto? È legale farlo? Questo è tecnicamente possibile?
Roberto Burchielli: Le scene più vicine ai fatti sono state girate direttamente da Raoul con la sua telecamerina. Il resto siamo riusciti a farlo garantendo in tutti i modi la privacy utilizzando tecniche digitali nuove d’ultima generazione che ci hanno permesso di lavorare con agilità in azioni ad alto rischio senza mai mostrare il volto degli indagati. Sono quasi dei fantasmi, come se la droga li avesse cancellati del tutto. Anche le voci dei personaggi sono state alterate al fine di renderle irriconoscibili. La troupe cinematografica si è annulllata completamente, diventando una presenza impalpabile, con il preciso intento di registrare fedelmente tutti gli accadimenti senza alterarli. La macchina da presa rimane sempre un elemento esterno, che osserva in modo imparziale, spia, non prevarica gli avvenimenti, tende a rimanere in disparte, a calarsi dietro i filtri naturali, vetri, riflessi o dietro il linguaggio ormai naturale delle webcam e dei telefonini. Sappiamo fare il nostro mestiere senza intralciare la polizia. L’importante è la discrezione senza compromettere la riuscita dell’operazione.

Perché oggi in occasione della conferenza stampa non è presente alcun rappresentante della polizia?
Roberto Burchielli: La polizia è sensibile al fatto che si tratta di un film che va al cinema, non ha voluto approfittare della situazione. Hanno fatto un lodevole passo indietro consci del fatto che lo scopo era sensibilizzare e raccontare una faccia seppur triste della realtà.
[PAGEBREAK] Cosa pensate riguardo ai recenti tagli alle forza dell’ordine? Fabrizio Gatti ha visto il film?
Roberto Burchielli: Fabrizio Gatti ha visto il film e gli è piaciuto molto, al punto di spingerlo a raccontarci le sue intime esperienze.
Quanto ai tagli alle forze dell’ordine la cosa non può che dispiacerci e suscitare indignazione. È una cosa davvero scoraggiante se solo si pensa che questi uomini ogni giorno mettono seriamente a repentaglio la loro vita a favore di una società più sana e pulita e poi non ne traggono nemmeno un riscontro almeno economico. Oltre al danno anche la beffa.

Nel vedere questo film non c’è l’impressione di un film già visto, dato che ultimamente ci sono stati tanti film rigurdanti le forze dell’ordine?
Luca Angeletti: Direi che per la modalità con cui è stato costruito il personaggio e per come è stato girato, il film è assolutamente nuovo ed originale. Inoltre il linguaggio è molto diverso dal solito: ha una sua impostazione ed un impatto emotivo raro ed unico. Noi attori abbiamo lavorato a canovaccio. Piani sequenza di quarantacinque minuti, è stato un po’ come fare teatro. Fidarsi dei propri compagni di squadra è stato indispensabile. È stata una formidabile opera di ricerca: creare sentimenti, sensazioni attraverso uno sguardo. Questo creare ha portato dei cambiamenti nella linea narrativa che andava via via formandosi ed è proprio in questa evoluzione che ben si incastra il personaggio che fa da ponte tra la finzione e la realtà.

Simonetta Solder: Questo film ha il sapore di verità e autenticità che sono la sua forza. Basti pensare che abbiamo iniziato a girare in una cucina in cui non c’era la troupe, non c’era nessuno intorno se non io e Raoul. Questo ha fatto sí che si generasse un forte e intenso senso di intimità, in quel momento eravamo solo noi, le nostre espressioni, i nostri gesti, le parole scorrevano via naturalmente senza forzature date dalla presenza di un copione da seguire. Addirittura stavo cucinando della pasta ed ero preoccupata di non farla scuocere, sicchè la controllavo continuamente.

Raoul Bova: Devo ammettere che partorire quasto film è stato qualcosa d’inverosimile: dal copione praticamente inesistente (tolte ovviamente le linee guida da seguire, che appunto ci aiutavano nell’improvvisazione) alla conseguente difficoltà nel trovare attori che fossero disposti a recitare in una situazione di totale mancanza di orientamento cartaceo. In quanto produttore bisognava, paradossalmente, proporre un copione che non c’era, cosa che poi man mano ha preso corpo grazie all’ausilio dei personaggi. Gli attori hanno accettato la sfida di un’intuizione stilistica e registica insolita, ci hanno dato fiducia mettendosi in gioco nel loro lavoro, cosa che oggi come oggi non è semplice. Certo, sapevamo che dovevamo partire da un punto ed arrivare ad un altro; le singole scene, i singoli dialoghi e parte delle situazioni sono nate mentre giravamo, poiché erano tutte situazioni reali e bisognava essere pronti all’improvvisazione.
Anche Medusa e Mediaset hanno scommesso tanto su questo film.
[PAGEBREAK] Dov’è stata la difficoltà di interpretare personaggi cosí corposi, di alto spessore emotivo e psicologico?
Raoul Bova: Quando abbiamo iniziato le riprese ero molto nervoso, temevo molto il giudizio dei poliziotti, i loro commenti tipo “l’attore figo che arriva, vuole fare il film, chissà chi si crede di essere”.
C’era agitazione in me. Però nel momento in cui ci siamo guardati negli occhi, come gli animali che si riconoscono al primo istante, c’è stato subito un feeling fatto di fiducia, verità e sincerità. Io non giudicavo loro e loro non giudicavano me. La cosa bella del film è stato immergersi completamente nella realtà.

Oltre all’interpretazione in quanto attore in questo film hai portato su schermo un’esperienza emotiva diversa dal passato. Le tue emozioni sono vivide, sono umane. Raccontacele.
Raoul Bova: Quello che mi ha totalmente convinto a fare questo film è stata la voglia di capire, come padre di due figli di 9 e 7 anni prossimi all’adolescenza, cosa succede fuori casa. C’erano in me ansia e paura, tante sono state le domande che si affastellavano nella mente. Oggi non diamo ai nostri figli l’ottimismo per il futuro, non diamo la possibilità di sognare, l’idea di un futuro migliore con persone positive, cosa di cui invece hanno bisogno. Ci sono degli eroi, magari eroi inconsapevoli come appunto i poliziotti che lottano per la nostra società. Questo è il bel messaggio che dovremmo trasmettere. Mi vengono in mente le parole di Roberto Saviano a proposito del fatto che sulle prime pagine dei quotidiani sono molto più frequenti slogan di boss mafiosi rispetto all’operato di eroi veri e più normali. È un’operazione di impatto sociale diversa.
Facevamo irruzione nelle case abitate da famiglie non diverse dalle nostre, occupavamo i loro spazi, turbavamo l’intimità dei loro affetti, vedevamo i saponi consumati. È devastante la sensazione d’intrusione e intromissione nella vita altrui, entri nei drammi di quelle famiglie, magari famiglie per bene animate da sguardi basiti e attoniti e le sole parole pronunciate erano: “Ma come, mio figlio? Siamo sicuri?”. È da rabbrividire.
I giovani sono come delle piccole piantine nel deserto. Non conoscono la disciplina, il senso di sacrificio: non si può spacciare per comprare il jeans alla moda o gli occhiali griffati. La cosa impensabile e sconcertante è che l’età in cui si spaccia è scesa a 10 anni!! Di chi è la colpa? Esiste un’unica colpa? Bisogna educarsi a capire che la colpa va distribuita e condivisa.

È un film come pochi che disorienta e scuote gli animi e raggela il sangue. Induce a pensare in maniera introspettiva e mai sciolta da responsabilità comuni che vanno recuperate dal buio dell’omertà. È da far mancare il fiato.

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