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Le notti bianche di Fabrizio Ferraro

Ha ragione Fabrizio Ferraro quando afferma che «il cinema non è testo» ed è più che riuscito il suo tentativo di rendere “Quatre nuits d’un étranger” – nelle sale a partire dal 14 febbraio – un film girato «come un’improvvisazione jazz» e «sviluppato solo sul piano ottico».

Le lunghissime inquadrature a camera fissa puntate sui paesaggi urbani di Parigi risultano sempre appassionanti perché Ferraro sa come focalizzare l’attenzione di chi guarda sulle evoluzioni delle nuvole e della luce, sull’acqua che scivola, sulle automobili che scorrono sulle strade e sui passanti che camminano. C’è tensione, in quelle inquadrature. Una tensione generata dal movimento continuo e imprevedibile degli elementi che le compongono e che le rendono, in sostanza, vere immagini cinematografiche.

Così non è poi davvero importante che quelli delle dostoevskiane “Quatre nuits” siano «lo stesso appartamento, la stessa stanza e la stessa strada» di “Penultimo passaggio“, il film precedente di Ferraro, perché quello che conta è ciò che accade, e non stiamo parlando di fatti eclatanti o di elaborate drammaturgie ma, appunto, di un moto perpetuo nel quale «le cose accadono simultaneamente» verso «un contatto non ancora avvenuto, da avverarsi». Al centro, il rapporto impalpabile tra i due protagonisti interpretati da Marco Teti e Caterina Gueli Rojo.

Sull’accoglienza che il pubblico vero potrà riservare al film, Ferraro è ottimista: «noto sempre una viva voglia di scoperta negli spettatori e sono curioso di osservare come reagiranno alla mia volontà di creare, come autore, un’apertura nel modo ordinario di vedere le cose, un’apertura che non è caos ma una costruzione per suggerire, per attendere che accada qualcosa». Perché, dice ancora il regista, «oggi i sensi di chi vede film sono un po’ assopiti e questo è un modo per sollecitarli».
L’obiettivo di Ferraro è condivisibile e, va detto, realizzato con bravura non comune ma liquidare in toto il cinema narrativo («al cinema si ascoltano quasi solo storie ormai e sono sempre le stesse») suona come un azzardo un po’ semplicistico e ingeneroso.

Buona parte del fascino di “Quatre nuits” risiede infine nel luogo di ambientazione, Parigi, filmata e reinventata da Ferraro in bianco e nero. «Io sono straniero a Parigi — dice l’autore — ma la conosco quasi meglio di Roma: Parigi è una citta da scoprire continuamente e nella quale scavare, dal punto di vista storico, sociale, architettonico e non ultimo cinematografico».

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