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Le parole che non ti ho Refn

A Cannes, quest’anno, tutti facevano la fila per vedere il nuovo film del tale «che aveva diretto “Pusher” e “Valhalla Rising” e altra roba». Parte degli accreditati rimaneva fuori, tutti scuotevano i pugni in aria furibondi, urlavano «Sacrebleu». (Io a Cannes non c’ero, però me l’hanno raccontato). Morale: Nicolas Winding Refn, il danese dislessico, daltonico e senza mento che chiunque aveva gradualmente cominciato a coccolare tra i festival e il proprio disco fisso esterno, viene premiato per la miglior regia e ringrazia sua mamma che ha sempre pensato fosse un genio. Signora Winding, aveva ragione lei.

Breve salto in avanti: è giugno; la gente esce dall’anteprima ed è stravolta, agita le mani scompostamente, dice Basta è finito il cinema. “Drive” è esattamente tutto quello che se ne è detto. È la piena maturità di un autore che si è sempre interrogato sui modi di dare una forma alla narrazione (più o meno tutta la sua filmografia) e i modi di dare una narrazione alla forma (che ne so, “Bronson”). Perché, siamo tutti d’accordo, “Drive” ha una sceneggiatura irrisoria che, messa in altre mani, sarebbe confluita in un film distribuibile dalla Eagle, una cosa che avremmo rivisto ogni anno in TV, trasmessa in seconda serata intorno alle ultime due settimane di agosto. Togli un solo elemento – scansione dei tempi, luci, colonna sonora, angolazioni, Ryan Gosling, recitazione, dissolvenze incrociate – e “Drive” ti si sgretola in mano.

E pensare che, per come era stato concepito inizialmente, “Drive” avrebbe dovuto essere un film del pur bravo Neil Marshall con protagonista Hugh Jackman. Eh? Un film tutto luci di taglio con i petti? È come se in questo momento ce l’avessi davanti agli occhi:

Hugh Jackman
EHI. SONO UN DURO. GUARDA QUI: SOPRACCIGLIO ESPRESSIVO.

Hugh Jackman
EHI, RAGAZZINO, LO VUOI UNO STUZZICADENTI? PRIMA FACCIAMO LA LOTTA.

Eva Longoria
EHI, BAMBOLO. SEI UN BAMBOLO.

Hugh Jackman
VUOI ESSERE LA MIA PUPA?

Eva Longoria
SONO SPOSATA. LIMONIAMO VELOCISSIMO IN ASCENSORE.

Comunque, di “Drive” abbiamo già parlato tutti (anche qui) abbastanza a lungo, lo si sogna di notte e se ne ripercorrono le scene di giorno, perciò sarebbe ripetitivo e ininfluente accennare a ciò che è già stato detto meglio. Però, sarebbe il caso di fare il punto su un paio di cose, anzi tre:
[PAGEBREAK] 1) Il tarantino. Ormai non c’è più bisogno di dirlo perché pare lo si sia capito e forse la gente davvero ha imparato che uccidere personaggi in modi creativi non equivale necessariamente a Tarantino. Refn, ovvio, è figlio del post-moderno quanto il primo che passa, ma del primo che passa è anche più intelligente, e dunque è consapevole di avere per le mani la storia più vecchia del mondo e un paragone piuttosto scomodo (“Driver L’Imprendibile” di Walter Hill, che Refn sostiene di aver visto solo dopo aver girato “Drive”, vagli un po’ a credere). Messo alle strette, cosa fa? È chiaro, cita. Ma rielabora. E realizza una cosa completamente nuova. Soprattutto per quanto riguarda i tempi.

2) I tempi. Innanzitutto, la struttura narrativa del film è suddivisibile in due parti.
Prima parte: Gosling che fa l’emoticon:->
Seconda parte: Gosling che fa l’emoticon:-< Premettendo che le sequenze in cui non compare il personaggio principale si contano su una sola mano cui sono state mozzate alcune delle dita, l'intero "Drive" si basa sui tempi mentali di Gosling (inteso come il personaggio, non come l'attore, ma non chiamiamolo Driver, è bruttissimo). L'azione non si svolge mai per come dovrebbe essere, ma subisce ellissi, fratture, infiniti prolungamenti unicamente in virtù della percezione del protagonista. Esempio: la scena dell'ascensore, CHIARAMENTE. Ma, in maniera più sottile e non meno incisiva, anche a) Gosling fuori dal supermercato -> panoramica -> scopriamo che oh! Carey Mulligan ha l’auto rotta; o, ancora, b) Carey Mulligan è seduta in corridoio poiché stanca della festa -> Gosling esce -> non si dicono UN CAZZO -> la festa è finita, altri stanno portando via la spazzatura. (Così raccontato sembra “Meno Di Zero”, ma non). I tempi, così come le musiche, sono alla pura mercé del loro protagonista.

3) Gli attori. È un discorso vecchio come il mondo, quello degli standard rovesciati, gli attori del cinema che vanno a fare la televisione. È un discorso che fa mia mamma, lo fa la tua, e lo fa anche la tua, piccolo amico peloso. Refn prende due attori classici del cinema e a loro affianca una serie di mostri attuali della TV, altrettanto bravi nel proprio mestiere, e in questa maniera – pur non potendo dedicar loro tutto il tempo del mondo nell’economia del film – ottiene: sviluppo delle loro microstorie, profondità del personaggio, tipo di legame con il protagonista. Non si tratta di ruoli, ma di facce. Non facce che abbiamo riconosciuto perché erano nella serie etc etc, facce e basta, e angolazioni dell’inquadratura. (Memorabile il sottogola di Albert Brooks ripreso sempre dal bassissimo). Ai miei tempi lo chiamavano casting della Madonna, comunque si è detto abbastanza, io domani non ho niente da fare. Ho due biglietti del cinema gratis, cosa andiamo a vedere? “Ma Come Fa A Far Tutto”?

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