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Just In Case…: Le parole che tolgono il fiato – pt. 2

<<La prima volta che la incontrai, fu come l’oro per Mida, l’acqua per le radici, la felicità per il sognatore, la perfezione tradotta in parole altrettanto perfette per il poeta. Quelli erano tempi di vera ricchezza. Ah, sì. Tempi in cui regnava l’abbondanza. Anche il cielo era felice. Dentro di noi, nelle vene, scorreva una gran tenerezza.
Adesso, il mondo era pieno di concetti stupefacenti. Ma io non riuscivo a pensare. Non riuscivo a respirare. Aspettavo solo che tornasse. Perché Lei era tutto. Lei era… Più di tutto per me
>>

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Scende il buio, le nuvole perdono gli ultimi colori del tramonto. Misuro la consistenza dell’aria dalla condensa del mio respiro. È un freddo pesante, per questo ho messo il mio abito migliore, come quando stiamo per condividere un momento. Invece non posso seguirti in questo viaggio, in cui mi hai chiesto di allontanarmi da te. Di camminare, contromano alle mie speranze migliori, stracciando i sogni e soffocando ogni scintilla. Se me lo chiedi, al contrario di te non ho mai pensato che, un giorno, questo tempo sarebbe arrivato.

Quando mi impongo di pensarci, per reazione ricomincio a cercarti. Inizio dalla volta celeste, magari sogni ancora sotto lo stesso cielo? Come la prima volta che ti riconobbi, senza nemmeno conoscere il tuo nome, ricordi? Eravamo scaturiti da cieli d’infinità diverse, da lontananze estreme. Ci unimmo in un baleno, apparimmo e sparimmo come timbri di luce, fotoni d’amore nel telescopio puntato sulla Via Lattea. Da quel momento, guardandoci negli occhi dicevamo di essere degli scrutatori del firmamento. Puoi immaginare che sensazione sentirmelo dire, mentre la linea dei tuoi occhi e le armonie del tuo viso erano quello che mi sembrava di conoscere da sempre, per sempre desiderato. Sento mancarmi le ondate di vertigine nello stomaco, l’aria d’estate che portavi, il sole, e tutto il verde e l’azzurro che nasceva spontaneo insieme alla tua bellezza. Vorrei prenderti ancora tutta e gridare che non è troppo tardi. Ma tu mi hai scritto della tua ultima attesa:
<<Amore mio, ti sto aspettando. Quanto è lungo un giorno al buio o una settimana.
Il fuoco è spento ormai ed io sento un freddo orribile.
Forse dovrei trascinarmi fuori, ma poi ci sarebbe il sole.
Ho paura di sprecare la luce per l’inno colorato, per scrivere queste parole.
Moriamo. Moriamo ricchi di amanti e di tribù, di gusti che abbiamo inghiottito, di corpi che abbiamo penetrato risalendoli come fiumi, di paure in cui siamo nascosti come in questa caverna stregata senza memoria: qualunquismo, indifferenza; mediazioni e ripensamenti.
Voglio che tutto ciò resti inciso sul mio corpo.
Siamo noi i veri Paesi, non le frontiere tracciate sulle mappe con i nomi di uomini potenti.
Lo so che tornerai e mi porterai fuori di qui, nel palazzo dei venti. Non ho mai voluto altro che camminare in un luogo simile con te, con gli amici. Una terra senza mappe.
La lampada si è spenta. E sto scrivendo nell’oscurità
>>. (*)

E quel senso di epifania dentro ogni mio ritrovarti dopo le ultime perdite, quell’arco di felicità del portico del tuo animo che mi caricava di aspettative e sorrisi nella sola attesa di riprenderti, si è spento.
Adesso, sto correndo. Sto attraversando il buio per ritrovarti. Lo farò per tutta la notte finché non mi scoppierà il petto, oppure riuscirò ad afferrarti e ti dirò che… Dio, voglio scomparire insieme a ciò che rimane di te… Oppure balliamo ancora e illuminiamoci della luce che siamo insieme, fino alla fine di tutto. Con abbandono sulle nostre note, con devozione per la musica delle nostre due voci. “Per sempre, sempre insieme“, ti imploro almeno di lasciarmi vivere di queste emozioni, con la mia musica, con devozione.
Ho come l’impressione che la parte più importante di me stia scivolando via.
Cado. Sanguino.
Pensami, pensami mentre ormai sei lontana. Rammentami, mi penserai, prometti che proverai. Se vedrai il vuoto tra di noi respirerai libertà, ma se sognerai d’amarmi, mi ritroverai.
<<Il vero amore è la paura più antica>>…

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