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Le Pecore Di Cheyenne

“Le Pecore Di Cheyenne”, ultima opera del celebre documentarista milanese Luciano Emmer, è sicuramente un inno alla scelta di vita di determinate persone, basata sulla sopravvivenza di usi, costumi, valori tramandati dalle generazioni passate, e di prodotti naturali, che rappresentano beni necessari alla comunità. Cheyenne è una ragazza che ha scelto di appartenere alla terra natale, la Val di Rabbi, e di dedicare la sua vita interamente all’attività garantita dalle sue cento pecore, aiutata dai tre cani anch’essi silenziosi personaggi di questo documentario. Le stagionalità determinano fasi, momenti, uno specifico vissuto della natura circostante, una ben definita fase produttiva dei beni alimentari derivanti dal bestiame.

L’avventura di Cheyenne è emblematica nella cultura slow food perché mostra ancora un modo di condurre un allevamento facendo pascolare gli animali in spazi verdi e liberi. È interessante umanamente perché è sottolineata da motivazioni e riflessioni, che rendono la bellezza di una scelta di vita evidente da una descrizione, o i dubbi sulla durezza o estraneità di un’esistenza basata sui cicli naturali e sui ritmi degli animali, risolti dalle parole stesse della protagonista.

Cheyenne viene ritratta, nel documentario, in quattro giorni, uno per ogni stagione; a microfono acceso, da sola, trova la possibilità di esprimere il significato di ogni suo gesto, mentre la regia gentile di Emmer dipinge l’ammirazione per la cura di ogni gesto che sa di terra, di natura, di rapporto con le cose più primitive ed umane. A questo proposito abbiamo assistito ad un piccolo botta e risposta tra Luciano Emmer, in compagnia proprio di Cheyenne, e i giornalisti.

Che differenza c’è tra questo documentario e quelli precedenti?
L: Nessuna, a parte che per questo provo un amore particolare. Mi è bastato fare qualche miglio di strada, svoltare a destra, trovarmi in Val di Rabbi, e ho incontrato Cheyenne. È inutile raccontare la mia gioia nel sapere che esistono persone che ancora hanno valori come i suoi e conducono una vita come questa. Non esiste una differenza per me tra il fare un documentario su Giotto e uno su Cheyenne. In ambedue i casi sono soggetti ritratti nei contenuti, che sono in qualche modo simili. Giotto, nei suoi affreschi, ritraeva valori e, appunto, contenuti; se oggi fosse vivo, non credete forse che preferirebbe fare un film?

“Le Pecore Di Cheyenne” è un documentario politico?
L: Direi soprattutto un documentario sulla frase d’apertura: “L’uomo corre sempre più rapidamente verso il precipizio”. Ma ci sono ancora posti come la Val di Rabbi, e persone come Cheyenne.

Che effetto ha fatto, Cheyenne, vedere il documentario post-prodotto?
C: Come sempre si ha un’idea distorta del come si viene rappresentati sul grande schermo, ed in particolar modo ero convinta che le immagini, bellissime, non avrebbero reso come dovuto, accompagnate da una voce non impostata per la recitazione. Invece Luciano ha voluto a tutti i costi che registrassi con la mia voce, cosa che ho fatto portandomi un registratore durante le mie giornate, registrando pensieri come se fosse un diario. Poi l’ha adoperata direttamente sulle immagini del documentario. Secondo me veniva meglio con la voce di un’attrice. (ride, ndr)
L: no, assolutamente no! Doveva essere la sua, altrimenti non avreste sentito l’autenticità di una vita così, che parlasse con le immagini e la voce che hanno parlato a me.

Credete che un documentario come questo, oltre che sollecitare una certa sensibilità sociale, avrà anche un impatto politico?
L: Sicuramente ha già avuto un effetto pratico. Le autorità locali che dovevano rinnovare a Cheyenne il permesso per l’uso dei terreni del comune per il pascolo delle sue pecore, dopo un momento di freddezza, appena hanno saputo che il documentario sarebbe stato mostrato a Bologna allo Slow Food on Film, l’hanno convocata per un appuntamento. Forse siamo già riusciti a cambiare qualcosa.

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