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Le radici della pena (e dei delitti auricolari)

Non è un compito facile. No, non lo è.
Cosa?
1- Concepire un disco ambizioso come “Sadness Will Prevail”; così laconico fin dal titolo, così totale, totalizzante e totalizzato; così mal riuscito, soprattutto.
2 – Tentare di guardare con occhio obiettivo a un uomo e un concerto che, alla fin fine, non vogliono altro che mettere in mostra l’angoscioso tedio, il dolore, la paranoia, lo spleen, la benzedrina; propria del Rev. Steve Austin o del mondo intero, poco importa.
È utile partire da lontano: William Burroughs e il suo “cut-up”. Giusto per citare, ancora una volta e a sproposito, un papabile grand’uomo. Ecco, le canzoni proposte dal trio dei Today is the day questa sera avrebbero potuto essere tagliate e sminuzzate e ricomposte pressappoco a casaccio; niente sarebbe cambiato. Il concetto finale sarebbe rimasto immutato: stilisticamente, una forma di grind rumoroso, brutal-e e modernizzato, spogliato dei residuati più introspettivi dei lavori in studio; contenutisticamente, il dolore sub-umano di un’umanità lacera, conf/tusa e spaventata.
Sentir vagare, in sala e nella spina dorsale, le pulsazioni ininterrotte del suono dei nostri è stata un’esperienza letteralmente dolorosa. Le urla lancinanti di Austin restano qualcosa di terribilmente fisico e disturbante, batteria & basso lacerano l’aria che è una bellezza. Il pubblico, annichilito e teso; ma soddisfatto. Loro, imperterriti, gonfiano cuori e visi di ecchimosi dolorose, facendosi aiutare in un episodio da amici, roadie e componenti degli altri gruppi per un numero coi fiocchi, tra il divertito-divertente e l’emozione pura.
Steve: parla, si avvicina, saluta, urla, interagisce, fa amicizia, dona chitarre, fa cantare un altro (ca**utissimo) ragazzo per più di una canzone. Steve: mai così umano. Mai così VICINO.
Un’esperienza coi fiocchi. Una parziale rivalutazione dei Today Is The Day e dell’ultimo materiale (tutt’altra cosa dal vivo, ma pur sempre infinitamente inferiore ai primi dischi sotto AmRep; e anche a tutto il resto, in realtà). La condivisione dei dolori di un’altra persona, e la sua personale seduta tra lo spiritico e lo psicanalitico. Il senso stesso della speranza nello stare insieme della musica.
Un’altra cicatrice.
Dimenticavamo. Pur nella parziale ignoranza riservata ai Charger bisogna dire una cosa: hanno spaccato il c**o. Suoni pesanti, dilatati e slabbrati, come dei redivivi Iron Monkey intrippati con le ultime tendenze postcore. O degli Eyehategod che coverizzano i Botch ed i Turmoil. Grandi e da tenere in considerazione.
Ci spiace per i Closer Than Kin, ma ce li siamo persi.

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