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Le stelle sotto Ferrara

È con rammarico che recensisco con ritardo enorme un concerto avvenuto due settimane fa, specialmente dato che si tratta della sempre molto cara Joanna Newsom e dato che un presente indicativo che puzza di due settimane è meno credibile di un imperfetto che puzza di due settimane e di «ecco che ti racconto un sogno che ho fatto». Colta la connessione? Joanna Newsom-fare un sogno. No? Infatti.

Fatto sta che due mercoledì fa Ferrara non era sotto le stelle, Ferrara era sotto le volte di uno dei più bei teatri all’italiana del centro Italia. Perché pioveva. (N.B.: rinunciare a Piazza Castello non è mai stato così poco antiestetico).

A vedere Joanna Newsom ci sono talmente tanti bambini che a un certo punto mi guardo intorno pensando che forse sono maligna io, forse non esiste il fan-tipo da deridere di Joanna Newsom, quello che si tiene il mento in una mano e usa aggettivi come Eterea o Irraggiungibile. Poi mi volto e vedo due tali con i fiori nei capelli.

Joanna Newsom, dal canto suo, ha l’abitudine di accompagnarsi a cantautori soli e con la barba. Questa volta è il caso di Josh T. Pearson, introdotto dai miei vicini di posto con «Adesso ci vediamo questo Tafazzi di Josh T. Pearson». Lui viene dal Texas, detiene lo scettro dei migliori arpeggi/diteggiati della storia e introduce tutto con raffiche di umorismo deadpan. Con lui nessun altro. A tenere il ritmo, il suono delle reflex che scattano. Poi qualcuno decide di zittirle. Bravissimo ed evocativissimo, la cover di “By The Rivers Of Babylon” sarebbe emozionante, non fosse che dal secondo pezzo in poi è stato tutto un pilota automatico di voce sofferta + stile caratteristico alla chitarra! + climax ascendente a tre quarti di ogni brano.

Poi sul palco sale lei, con una formazione ridotta all’osso rispetto quella cui ci aveva abituati nel corso dell’ultimo anno (ciao ciao trombonista e due violiniste, benvenuta violinista singola), ed è la solita costruzione di una tensione tra tre poli: la Newsom, Ryan Francesconi e Neal Morgan. I tre si influenzano a vicenda, osservano e anticipano le proprie mosse, sono giunti a una tale complessità d’insieme che si sono liberati di tutti gli orpelli superflui, tanto che i tipici barocchismi dell’arpista cui vogliamo tanto bene risultano scarni, dritti al punto; “Peach Plum Pear” ha una potentissima intro a cappella, i momenti da blues con il whisky che cola dai banconi sono perfettamente riproposti in “Good Intentions Paving Co.” e il teatro accoglie la più enfatica versione di “Monkey & Bear” mai proposta, dando vita, sul palco, alla storia e ai personaggi della canzone.
La folla è, perlopiù, poco partecipativa: quando Joanna Newsom si scosta i capelli dal volto, il pubblico grida e si spella le mani, ma quando gli altri membri del gruppo cercano di intervenire nelle pause tra un brano e l’altro, rimane in silenzio, in attesa.

Encore con “Baby Birch”, brano con introduzione sulla quale, costantemente, mi domando «Ricordami perché mi piaceva “Baby Birch”». Brano sul cui finale, ogni volta, piango e mi dico «Per questo, rincoglionita».

81
Have One On Me
Easy
Cosmia
Inflammatory Writ
Go Long
Soft As Chalk
Good Intentions Paving Co.
Monkey & Bear
Peach Plum Pear

Baby Birch

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