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Le trappole della narrazione

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Dopo “Swimming Pool” François Ozon torna a interessarsi al processo creativo e al rapporto tra realtà e invenzione, ponendo stavolta l’accento non tanto sullo scrittore, quanto sul lettore e spettatore, per mutare i piani narrativi e interpretativi riassegnando, nel corso del film, i ruoli dei personaggi. Ruoli soprattutto semiotici che ridefiniscono di volta in volta anche il genere (cinematografico) di riferimento.

“Nella casa” si configura inizialmente come una riscrittura del professore-pigmalione, Germain, alle prese con lo sforzo maieutico di portare alla luce le buone capacità creative di un suo studente, Claude, consigliandogli libri e soprattutto leggendone e correggendone compiti che si configurano ben presto come episodi di un romanzo sospeso tra realtà e invenzione, che ha al suo centro un altro alunno della classe e la sua famiglia.

Non sappiamo niente di Claude, vediamo la sua famiglia (il padre invalido) solo nelle sequenze finali, tutto ciò che dice di sé potrebbe essere invenzione. Ciò conferma che sin dall’inizio è lui il narratore e l’autore, è lui che dirige e controlla la curiosità del professore, anche se Germain ancora non lo sa. Ma Claude è soprattutto un narratore inattendibile, gioca come col gatto e il topo col suo lettore speciale e ben presto il professore si ritrova a vestire i panni del re di Persia quando pensava di essere Sheherazade – non a caso il suo unico caso di prova narrativa non era andata bene. Crollo delle certezze del prof che è anche un po’ snob, critica all’intellettuale.

Ozon costruisce un film sulle alternanze di toni oltre che di generi. “Nella casa” viaggia costantemente tra dramma e commedia, grazie ai dialoghi sopraffini e alla mimica di Fabrice Luchini, sfiorando il thriller psicologico, ma soprattutto ogni elemento concorre a trasformare l’opera in una metafora della creazione narrativa ad ogni livello. E sebbene il professore parli con disprezzo della serialità televisiva, finisce poi per restare attratto dal meccanismo di un racconto perennemente rinviato, facendo appello al bisogno di sentirsi raccontare delle storie (cui le scene che precedono il finale alludono più esplicitamente).
[PAGEBREAK] Come altre opere di Ozon il film è quasi tutto ambientato in interni che, in questo caso, oltre ad omaggiare la derivazione teatrale, alludono anche all’interno come ambiente costruito, riprodotto, finto. E ancora, permettono anche il dispiegarsi dell’altro grande tema del film, la tensione voyeuristica che allude ancora al cinema: Hitchcock, in primis, direttamente citato nel finale con l’omaggio a “La finestra sul cortile”, ma che unisce soprattutto tutte le pulsioni e i personaggi del film. Claude vuole penetrare la casa della famiglia Artole e osservarli per scriverne o scriverne per osservarli (e osservare soprattutto la madre Esther, interpretata da Emmanuelle Seigner) e alimentare così la sudditanza (estetica) del suo professore, secondo un processo in cui realtà e finzione si confondono sempre più in una proiezione che allude prima di tutto ai tranelli, alle anticipazioni e alle svolte dell’intreccio create per avvincere il lettore/spettatore e insieme contribuisce al tono investigativo e misterioso della storia. E l’insistenza su questi passi falsi, sulle menzogne (dello scrittore/regista), la difficoltà a stabilire, a fine proiezione, se alcuni eventi raccontati dai compiti di Claude siano realtà o finzione sono alla fine il vero succo teorico del film.

A contribuire all’opacità dell’ultimo aspetto è il fatto che i parti della creatività di Claude sono sì letti in voice over dal personaggio, ma soprattutto ci vengono mostrati in vere e proprie scene in cui i personaggi/attori dialogano tra loro contribuendo ad alimentare la voluta confusione tra i piani e le realtà, invitandoci a credere all’evidenza delle immagini per poi magari sconfessarle in quelle successive. E a queste evocazioni sceniche delle parole di Claude si affiancano poi man mano anche l’immaginazione del professore, che oltre a comparire fisicamente sulla scena “creata” da Claude, dialogando direttamente con il Claude autore/personaggio, contribuisce al delirio narrativo riempiendo con la propria immaginazione i punti lasciati in bianco dal ragazzo.

Il moltiplicarsi dell’invenzione e delle scene e delle interpolazioni tra realtà e finzione narrativa, coinvolge Germain in un legame sempre più stretto con le invenzioni del suo alunno, con quella realtà parallela che lo travolge al punto da fargli perdere il contatto con la realtà e la sua vita familiare e lavorativa, mentre Claude si macera alla ricerca di un finale appropriato.

E sarà proprio la vita, intrecciata ormai indissolubilmente con la parola e la narrativa, a generare la conclusione più degna, quando alunno e professore si ritrovano, alla fine ormai pure funzioni letterarie, narratore e ascoltatore, pronti a divorare la realtà/palcoscenico che hanno di fronte per rilanciare il loro meccanismo .

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