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Le tre giornate dell’incandescente metallo

Sole. Caldo. 40°C all’ombra.
Si apre con un clima mortale il secondo giorno del Gods Of Metal: sul palco bolognese si esibiranno gruppi di nome titanico, il pubblico per l’occasione è del più vario, accomunato solo dalla voglia di godere della presenza degli Dei.

Dopo i brevi warm up show di Brain Dead e Between The Buried And Me (che seguiranno i Meshuggah per le prossime date del tour), è il turno dei romani Stormlord, onnipresenti oramai nella maggior parte dei festival italici nonché veterani del palco del Gods.
La loro presenza scenica rimane invariata, stessa energia sul palco e medesima capacità di coinvolgere il pubblico che ancora una volta, incurante del rischio insolazione, è sotto al palco a farsi sentire. Unica novità la scaletta, che vede scendere in campo tre tracce appartenenti all’ultimo lavoro “Mare Nostrum”: “Legacy Of The Snake”, “And The Wind Shall Scream My Name” e l’omonima “Mare Nostrum”. Gli spettatori sembrano approvazare sia la band il nuovo materiale proposto. In definitiva, esibizione sintetica ma efficace.

Sembra giusto schierarsi con i fanatici della prima ora, gli aficionados di quel capolavoro di mente e concetto che risponde al nome di “Calculating Infinity”. I Dillinger Escape Plan, presi nel vortice di cambiamenti della line-up, sembrano oramai aver mutato codice genetico e ragione politica, fino ad approdare ai lidi di un’accessibilità che sarebbe stato una follia immaginarsi per il gruppo. Nella disamina dal vivo tendono ancora a rendere tanto sull’impatto che sulla padronanza di musiche e strumenti, benché lo show attuale non sia paragonabile al grado di follia visionaria di precedenti esperienze dal vivo. Certamente non sono il gruppo più adatto per essere goduto a un grande festival, ma fa piacere che anche proposte (un tempo?) così particolari vengano inserite in simili contesti. Sebbene i cinque siano carichi e pieni di energia, e il singer Greg Puciato risulti al solito drammatico e ringhiante, il gruppo non tocca le vette superate in altri episodi. Complice il volume nuovamente infame, l’orario infido e il caldo torrido, le rendition di capolavori quali “Sugar Coated Sour” e “43% Burnt” non devastano come potrebbero. Il pubblico comunque sembra gradire, e premia lo sforzo e la vitalità del combo, mai domo un istante. “Black Bubblegum” e “Fix Your Place” sono altri momenti di uno show gradevole da parte di una band che può fare molto altro. Con la speranza non si tratti di futili ricordi di un passato ormai trascorso.

Il cuore non può far altro che scuotersi al pensiero di vedere questa leggenda del metallo svedese incarnatosi in forme reali sul palco del Gods. L’emozione è tanta, altrettanto il timore di un ennesimo, patetico, tentativo di ritorno al passato. Non è, fortunatamente, questo il caso. Sebbene ovviamente l’intesa tra i cinque musicisti non possa essere perfetta, appare subito chiaro che il livello qualitativo e professionale degli At The Gates non possa essere messo in discussione. Tremendi, purtroppo, sono la qualità e il volume del suono, che inficiano notevolmente la prima parte del concerto. Ridicolo a pensarci, considerando quanto un suono brillante giovi a una corrente particolare quale è il trademark del combo svedese, così come del death metal in generale. Tragico, vista l’attesa per la riunion e l’esibizione. Il buon Tomas “Tompa” Lindberg a ogni modo risulta dannatamente convincente nelle difficili parti vocali, acide e feroci abbastanza da non far rimpiangere il trascorrere del tempo. Il gruppo è focalizzato nel suo intento e divertito nel portarlo avanti, pagine meravigliose di “Slaughter Of The Soul” rimbalzano sugli astanti, in delirio. Gli At The Gates dosano con sapienza il loro fantastico patrimonio, non tralasciando né “Terminal Spirit Disease” né “With Fear I Kiss The Burning Darkness”. “Raped By The Light Of Christ”, “Blinded By Fear”, “Slaughter Of The Soul”, “Nausea”, “The Swarm” e “Windows” sono solo alcuni degli episodi riproposti, in un concerto che in un altro luogo, con dei suoni diversi, avrebbe potuto toccare le vette più alte della nostra immaginazione. Da rivedere, comunque. Ancora, e ancora, e ancora.
[PAGEBREAK] Non solo degli dei del metallo. Non solo una band: principalmente grandi uomini.
Prima apparizione in Italia dopo l’uscita dell’ultimo album “The Formation Of Dannation” dei Testament: grande attesa, non solo per constatare della resa live del nuovo lavoro ma soprattutto per sentire la voce di Chuck Billy e capire quanto si sia modificata, col passare degli anni e con il superamento del tumore.
“Testamente! Testament! Testament!”
Un boato, un’esplosione d’energia: eccoli sul palco, nessun attimo viene sprecato, l’inizio è immediato.

“I’ve been a prisoner
Trapped in by fear
Ordered for the rest of my life
Condemned in a jail cell
Ain’t seen life in years
Escape is the only way out”

“Over The Wall” e “Into The Pit” fanno crollare il muro di tensione: niente sembra aver scalfito la presenza on the stage della band, la voce di Billy è sempre all’altezza e non cede a nessun acuto, Chuck li porta tutti fino alla fine e si permette di giocarci sfumandoli; anche le prestazioni dei due chitarristi Eric Peterson e Alex Skolnick sono notevoli e non mancano di offrire virtuosismi cui partecipa anche il bassista Greg Christian. A spaccare i timpani la maestria e la ferocia di Paul Bostaph, che non risparmia nessuna nota pestando sempre con la massima violenza.
Sempre rimanendo in ambito di “The Legacy” lo show continua con “Apocalyptic City” per poi passare a “Practice What You Preach” e “The New Order”.
Si è davanti ad un’esibizione a tre dimensioni: tecnica, pathos e coinvolgimento.
Proprio quest’ultimo aspetto rende speciale il legame che si è venuto a creare con gli anni tra i membri e i fan, che assieme hanno visto momenti bui e altri di gloria.

“Lies… broken dreams
Dismal past
is there more in life…
should I… know

In my pain, my suffering
Can not live for the rest of my life
DNR Do not resuscitate me…”

L’inferno si scatena nel fango!
Come se non bastasse segue a “D.N.R.” l’infuocata “Three Days In Darkness”: sembra l’apocalisse!
Chuck Billy si trova in ginocchio, davanti al mare di persone lì a cantare ogni strofa, dopo aver speso due parole di ringraziamento si esibisce nell’immortale “Alone In The Dark” spingendo la voce al massimo (seppur a volte con fatica visibile, senza commettere errori):

“Alone in the dark
Where the demons are torturing me
The dark passages of revenge is all that I see”

In conclusione “Disciples Of The Watch” che sancisce, assieme ad un lunghissimo applauso, l’epilogo dello show di una grande band. Signori e signore, questi sono i Testament.
Applausi scroscianti, ed è già il momento di fare spazio ai prossimi eroi di giornata…

Quando giunge il momento dei Meshuggah c’è una notevole folla accalcata ed accaldata sotto il palco. I cinque svedesi compaiono per la prima volta in Italia dall’uscita dell’ultima fatica “obZen” e ad un anno di distanza dal Frozen Rock di Marcon.
Se finora i suoni avevano lasciato un po’ a desiderare, adesso si inizia a fare sul serio nonostante per una prima parte del concerto la voce di Kidman resti un po’ troppo bassa.
I brani più recenti “Electric Red”, “Pravus” e la devastante “Bleed” danno l’impressione di rendere molto meglio in dimensinoe live che su disco, scatenando un vero inferno. Chiaramente non possono mancare i grandi classici e quindi spazio anche a “Stengah”, “Rational Gaze”, “The Mouth Licking What You’ve Bled” e la classicissima chiusura con “Future Breed Machine”. Il gruppo è assolutamente in forma e suona devastante e precisissimo. Guardare Toms Haake muoversi dietro il suo set è uno spettacolo già di per sé così come osservare le mosse stralunate di Thordendal.
L’ora a disposizione scorre molto velocemente purtroppo e l’unico appunto che viene in mente è che il tutto è stato senza dubbio devastante ma in un locale più piccolo il massacro sarebbe stato ancora maggiore.
[PAGEBREAK] Gli At The Gates sono fieri e selvaggi. Certamente.
I Testament una garanzia. E i Meshuggah una band di geni e innovatori.
Ma i Carcass sono semplicemente i Carcass. E meritano attenzione diversa dagli altri, perché non calcano i palchi mondiali da più di dieci anni.
C’era molta curiosità attorno a questa attesa, sospirata reunion (specie tra i musicisti: per informazioni chiedere al singer dei Kataklysm), e la band inglese si è presentata sul palco del Gods in forma quantomeno sorprendente.
La lineup è quella storica, con l’eccezione del defezionario Ken Owen, sostituito dietro le pelli dal drummer degli Arch Enemy Daniel Erlandsson: asce in mano a Michael Amott e Bill Steer, basso e vocals a cura di un Jeff Walker visibilmente ingrassato, con i due citati chitarristi a far da supporto.
Dopo un breve quanto corrosivo spoken word registrato, i quattro calano subito il primo di una serie invidiabile di assi, “Inpropagation” (da “Necroticism”), e il pubblico esplode. Sound compatto, batteria pompata e chitarre che prendono corpo, con qualche lieve correzione in corsa, durante l’esecuzione. Il brano è un highlight assoluto della loro carriera, e la performance scaccia ogni dubbio: i Carcass sono vivi e in salute.
Non c’è neanche il tempo per lasciarsi andare all’emozione, che un’altra opener sontuosa squassa la platea: tocca stavolta a “Heartwork” essere omaggiato, e “Buried Dreams” agguanta gli ascoltatori per la gola con il suo riff indimenticabile e il ritornello abrasivo come pochi.
Si fa strada, già da questi primi minuti, la consapevolezza di trovarsi di fronte a una band di classe superiore. La musica è vibrante, il carisma assoluto: in questo si distinguono le band valide da quelle di fuoriclasse, ed è incredibile come i brani proposti, complice un sound incisivo, risultino totalmente attuali anche oggi, freschi, furiosi, sorprendenti.
La scaletta, nel frattempo, continua sugli stessi binari: la band ha deciso di omaggiare i due dischi di maggior successo (quelli, peraltro, su cui ha suonato Amott, assente sia nei primi due platter che nel sabbathiano “Swansong”), e sfodera così una micidiale “Corporal Jigsore Quandary”, col suo incipit batteristico che ha fatto storia – e su cui Erlandsson dimostra di non essere un semplice mestierante: era difficile sostituire un drummer forse meno talentuoso, ma più caratteristico, come Owen, ma la sua prova è stata ineccepibile, fatta di potenza e molta umiltà.
Sul lavoro dei solisti, poi, nulla da dire: Amott è una macchina, pulito e brillante, Steer è meno elegante, ma ha tocco e stile, e i suoi assoli erano e restano magnifici.
Walker, nel frattempo, tra una birra e l’altra sfoggia una tecnica bassistica che sembra migliorata e, soprattutto, una voce che non ha perso un briciolo dell’acida cattiveria di un tempo. Così come non è andata perduta l’ironia, se è vero che il buon Jeff elargisce con distacco e sarcasmo freddure e battute che fanno sorridere, come al momento di presentare Steer come chitarrista semi-leggendario (!).
La band, comunque, si è scaldata, e spara in rapida sequenza, con compattezza stupefacente, “Carnal Forge”, “Incarnated Solvent Abuse”, la sincopata “No Love Lost” seguita a ruota da “This Mortal Coil” (introdotta però dall’incipit di “Ruptured In Purulence”) e “Embodiment”, per una lunga escursione nel death melodico di “Heartwork”, principe degli album nella setlist della serata.
Sembra che i Carcass si siano dimenticati del passato, ma non è così: nella seconda fase del concerto, infatti, Walker e soci vanno a toccare – non prima di aver sarcasticamente rievocato un assurdo episodio capitato nel ’90 al Forte Prenestino di Roma, con un concerto finito praticamente in rissa! – anche gli episodi finora trascurati della discografia.
Ed è delirio, soprattutto per i fan della prima ora, che si sentono regalare “Keep On Rotting In The Free World”, death’n’roll d’antan (da “Swansong”), ma soprattutto le seminali “Genital Grinder PT. 2″ e “Reek of Putrefaction”, oltre ad un altro estratto da “Necroticism”, la violenta “Pedigree Butchery”.
Siamo alle fasi finali di un concerto intenso e torrenziale, e giunge anche il momento delle presentazioni, con Walker che offre ai suoi compagni d’avventura l’occasione per un inchino – ed è decisamente divertente l’apparente timidezza con cui Steer si offre al saluto del pubblico – per chiamare poi sul palco un gradito ospite, l’indimenticato Ken Owen. L’ex batterista versa in condizioni fisiche precarie – è stato vittima di una grave emorragia cerebrale che ha, purtroppo, lasciato evidenti danni – ma trova la forza di salutare il pubblico inneggiando al metal e ai redivivi Carcass, ricevendo in risposta un’ovazione ed un coro al suo indirizzo che testimonia totalmente l’affetto sincero che i fan provano per lui. Momento di vera emozione.
Siamo, però, in conclusione, e la band affida la chiusura del concerto ad un colpo infallibile, la mastodontica “Heartwork”, con la sua ritmica NWOBHM e le splendenti armonizzazioni, stacchi a orologeria e un refrain di rara efficacia.
La title track del capolavoro datato 1993 sancisce così la fine di un concerto assolutamente fantastico, e non solo per ragioni affettive o filologiche: i Carcass non sono semplicemente dei capiscuola, sono tuttora dei grandi performer in grado di fornire prestazioni realmente esaltanti. E mai come oggi, possiamo ringraziare la finora discutibile moda delle reunion.
Bentornati, e keep on rotting!

Ed eccoci finalmente agli headliner naturali di una delle giornate più estreme che il festival abbia mai avuto. C’è ancora luce quando gli Slayer salgono sul palco con l’ormai consolidata opener “Disciple” che fa esplodere l’enorme folla che li attende e fin da subito è chiaro che il gruppo è in forma come non lo si vedeva da tempo. Scompaiono infatti buona parte delle perplessità che delusero i fan nel 2005: Araya è totalmente in palla, urla come non faceva da tantissimo tempo, Hanneman e King si permettono addirittura varie volte di muoversi e scambiarsi le posizioni e Lombardo è la solita macchina da guerra, vero e proprio motore propulsore della band senza il quale il tutto non può funzionare in questo modo spaventoso.
La gente nota lo stato di grazia e si vedono nuclei di pogo fin sulla collina che circonda l’arena, nessuno riesce a stare fermo menter vengono snocciolati classici come “Spirit In Black”, “War Ensemble”, “Ghost Of War” e “Dead Skin Mask” oltre ovviamente ai capisaldi “South Of Heaven” (incredibile per malvagità trasmessa), “Hell Awaits” o “Raining Blood”.
Si può sicuramente criticare il fatto che la band non abbia cambiato in alcun modo il suo stare sul palco, Araya stesso presenta i pezzi esattamente come faceva 15 anni fa, ma non è dagli Slayer che ci si aspetta un’evoluzione sconvolgente, si è qui solo per farsi male e loro ne danno la possibilità a tutti, senza pietà. Così quando viene attaccata “Angel Of Death” e sappiamo che il massacro sta per avere fine sudiamo tutti le ultime gocce a disposizione e ce ne andiamo a casa sapendo che una giornata così di Gods Of Metal difficilmente sarà replicabile.

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