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Le tre giornate dell’incandescente metallo

Calato il sipario sulla quarta parete del carrozzone del Gods of Metal edizione 2008, resta solamente da tornare alla vita, uscendosene da quel buco nero di metallo e di (altro) senso che per tre giorni è stato la nostra casa e il ricettacolo dei nostri terreni piaceri. Un’edizione ricca, racchiusa nella roccaforte del Parco Nord bolognese, a richiamare anche come architettura un fortilizio d’altri tempi, il cui cuore pulsa, si contrae ed espande in accordo con il palco e i suoi avventori. Insostenibile il calore, una presenza continua e dispotica a incidere su pubblico e musicisti, i primi piegati dalla quasi assoluta mancanza d’ombra, i secondi poco abituati al clima italiota. È a ogni modo piacevole notare la massiccia presenza del pubblico, anche straniero, accorso superando scomodità varie tra servizi (i ragazzi in tenda sull’asfalto immagino ringrazino ancora), orari (inconcepibile e discutibile la scelta perenne di anticipare i tempi del bill, costringendo molti a perdersi parti importanti degli show) e prezzi (al di là della diatriba sui biglietti, viene da chiedersi come si possano mantenere dei costi così elevati per generi di prima necessità come acqua e BIRRA). Relativamente ampia l’offerta di stand, tra dischi e chincaglieria varia, sufficiente a mandare in sollucchero parecchi partecipanti benché non ancora in grado di rivaleggiare con le realtà estere; nonostante tutto, comunque, il panorama si fa anno dopo anno più vicino a un clima internazionale, e i gruppi presenti sono lì a dimostrarlo.

Al di là dell’eccellente parentela, che si può facilmente desumere pensando agli headliner della giornata, la giovane Lauren Harris spicca più per le doti estetiche che per quelle strettamente musicali. Ce ne godiamo purtroppo molto poco, grazie all’anticipo sui tempi della scaletta, ma sembra risultare giusto un hard rock di quelli ipervitaminazzati per suonare di fronte ai metallari. Da rivedere. Ma anche no.

Partendo con gli Airbourne la giornata si insidia subito sul piede giusto, quello del rock’n’roll sudato e vizioso, impersonificato dal cantante Joel O’Keeffe. I ragazzi, seppur giovani, risultano essere ben focalizzati sulla performance, allo stesso tempo estremamente naturale e ragionata, selvaggia e comunque rilassata. Con titoli quali “Stand up for rock’n’roll” e “Too Much, too young, too fast” d’altronde non si può far altro che aspettarsi una fiumana di boogie e la presenza benevola degli AC/DC a far da contraltare alla lussuria sonora. Non solo il gruppo appare perfettamente affiatato e ben calibrato nell’esecuzione, ma O’Keeffe si dimostra frontman di razza, calato nella parte e nella prestanza dell’archetipo rock. Jack Daniel’s nella gola, energia in ogni mossa, voce d’antan e financo un’arrampicata con chitarra lungo l’altezza verticale dell’impalcatura. Va da sé che intanto la musica continuasse senza che gli altri membri battessero ciglio o mandassero fuori tempo il loro headbanging. Puro e semplice hard rock’n’roll, il cui unico limite è stato nel volume del sonoro, reso monco dalla politica degli organizzatori, o almeno così si suppone. A ogni modo, “Runnin’ Wild”, ipse dixit.

Tornano gli Apocalyptica, perfetta macchina da spettacolo metallico e lievemente ruffiano. Combo di violoncelli, la particolarità del gruppo non è mai stata tanto quella della riproposizione di stilemi metal secondo un’ottica classica, quanto piuttosto la declinazione di un patrimonio comune utilizzando uno strumento anomalo in ambito hard’n’heavy. Non è casuale, infatti, che almeno da noi gli Apocalyptica funzionino come circo itinerante in special modo per quanto riguarda le cover di classici ormai perfettamente assimilati, quali quelli di Metallica e Sepultura. Ed infatti, nonostante in generale la partecipazione del pubblico sia stata più che sentita, i momenti topici non possono che derivare da “Nothing else Matters”, “Fight Fire with Fire” e “Seek and Destroy”. Curiosa la scelta di eseguire una cover di “Heroes” di David Bowie, precedentemente affrontata nell’album “Worlds Collide” in una versione crucca con la voce di Till Lindemann dei Rammstein. A margine viene da chiedersi quali sia poi il senso e il valore reale di operazioni del genere, prese tra una pubblicistica che punta sull’anomalia della proposta e la necessità di forzare il rapporto diretto con il pubblico. A ogni modo i Nostri conoscono il loro mestiere e lo show si dimostra adeguatamente energico e coreografico, complice il pubblico, nonostante la calura incessante dimostri di essere un peso anche per gli stessi musicisti.
[PAGEBREAK] Molto, troppo, sarebbe da dire e raccontare sul conto dei Rose Tattoo, una macchina rock’n’roll di trent’anni che ancora ha la forza di smuovere animi inquieti e carne impaziente di sentire il tocco dell’adrenalina. Nuovamente menomati da volumi decisamente non consoni al tipo di musica proposta, Angry Anderson e soci deliziano gli astanti con del buon boogie dall’andamento groovy e sincopato, perfetto per l’occasione. La voce del singer, calda, acre e pungente allo stesso tempo, guida la cerimonia su binari consolidati, intervallando la performance con richiami ai “Brothers and sisters” che sembrano provenire direttamente da “Kick Out The Jams” degli MC5. Il feeling c’è, il concerto fugge sui binari di canzoni orecchiabili e vigorose, il cui unico neo è risultare troppo simili davanti ad astanti che non conoscono il gruppo o risultano essere più interessati al metallo tout court. “Rock’n’Roll Outlaw”, “Scarred For Life”, “Bad Boy For Love” marchiano lo show, il caldo incide anche sull’ottimo Anderson ma la chiusura non è meno che sublime con una rendition di “Nice Boys Don’t Play Rock’n’Roll” che scatena i sensi del pubblico, allungando peraltro la canzone con gli interventi dei fan, dotati di microfono da Angry e presi nel rilanciare il ritornello in varie, gradevoli, varianti. Rockers a vita, e oltre.

Non è mai particolarmente piacevole quando alcuni gruppi vengono osteggiati aprioristicamente o fatti oggetto di lanci e/o insulti vari. È altrettanto vero che non è gradevole dover fare i conti con politiche organizzative che a loro volta devono venire a patti con le necessità di “istituzioni” più elevate e rilevanti dal punto di vista decisionale. In questo caso pare proprio che la scelta sia stata degli Iron Maiden stessi, forti della loro posizione e rei confessi di aver stabilito che gli Avenged Sevenfold suonassero come spalla. Alla luce di tutto questo (fermo restando che la propedeutica dei concerti prevede nella maggioranza dei casi proprio logiche di questo tipo), e soprattutto considerando il valore strettamente musicale della proposta, non si può fare a meno di provare quantomeno un discreto fastidio nei confronti della posizione in scaletta, per un gruppo che, al di là di tutto, non può reggerne il peso. Peccato perché la proposta, sebbene tremendamente abusata, con pochi picchi e novità marginali, può risultare persino piacevole se goduta in tranquillità. Non aiuta pensare al salto genetico tra i primi passi del gruppo e la fissa “classic” successivamente occorsa, né tantomeno una “Walk” targata Pantera e lasciata a metà. Canzoni come “Gunslinger”, “Almost Easy” e “Scream” possono anche risultare interessanti, ma nel complesso il gruppo non tocca assolutamente gli standard a cui dovrebbe puntare un gruppo che suona prima dei Maiden.

Che cosa è possibile ancora dire che non sia stato già sentito, masticato, digerito e rimasticato ancora, sul conto delle Iron Maiden? Nulla, probabilmente. Ciò non toglie che vale almeno la pena per il sottoscritto rimpiangere di non aver creduto una volta in più nel potenziale dei Nostri, irriducibili professionisti del metallo e dello spettacolo. È il “Somewhere Back In Time World Tour”, e la nostalgia (insieme forse alla ruffianeria) è tanta. Si tratta degli anni d’oro della Vergine di Ferro, quelli marchiati a fuoco nella memoria e suffragati da un pugno di album e canzoni semplicemente immortali, a scavare in un mito che rimane tale nonostante gli anni e l’apparente immobilità. In anticipo sugli orari della scaletta (tormentone a venire anche per i giorni successivi), parte l’intro “Churchill’s Speech” e il visibilio è palpabile: pochi secondi e “Aces High” esplode sulla massa accorsa per l’occasione, pronta a tuffarsi nelle successive “2 Minutes To Midnight”, “Revelations” e “The Trooper”. Il feeling è quello di sempre, la professionalità anche. Il volume, trattandosi di headliner, raggiunge finalmente il giusto livello di potenza e “Wasted Years” commuove per carica e contenuti, ripensando a quello che è stato e a quello che ancora potrà essere. Il classicone “Number Of The Beast” e la gioia di risentire “Can I Play With Madness?” fanno il resto, prima che arrivi forse il cuore pulsante dell’esibizione stessa: “Rime Of The Ancient Mariner”. Quasi un quarto d’ora di classe, intonato dal pubblico e dai brividi che scorrono lunga la colonna vertebrale; semplicemente magia. “Powerslave”, “Run To The Hills” e “Heaven Can Wait” sono altre tappe del viaggio, con un nugolo di fortunati a salire sul palco e partecipare della canzone. Scorrono l’immancabile “Fear Of The Dark”, l’elegia semantica di “Iron Maiden” e l’affascinante “Moonchild”. La chiusura è invece affidata a “The Clairvoyant” e alla sempre devastante “Hallowed Be Thy Name”, degna chiusura di un epico concerto. A margine, rimane qualche imperfezione tra la voce di Bruce Dickinson e qualche giro di chitarra, errori adeguatamente sviliti da una professionalità enorme e da un pubblico adorante. Tra i fuochi d’artificio emotivi e reali di “Rime Of The Ancient Mariner” e l’Eddie gigante in versione “Somewhere In Time”, rimane il pensiero fugace di una macchina produttiva perfetta, presa nell’annullare distanze critiche e ragioni. Che si tratti di un bene o di un danno, il giudizio spetta all’ascoltatore.

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