Home > Report Live > Le tre giornate dell’incandescente metallo

Le tre giornate dell’incandescente metallo

Terza e ultima giornata per la kermesse metallica bolognese, che si presenta una volta di più con temperature roventi e funeste. Spiace che ancora una volta i concerti comincino con largo anticipo rispetto alle tempistiche previste, costringendo così ad iniziare la giornata senza gli Enslaved e con l’esibizione degli Obituary. Nel pieno della calura del dì, gli alfieri del death metal floridiano inanellano violenza in serie sugli astanti, benché ahimé penalizzati dal volume infame e dall’acustica recalcitrante non possano dare pienamente fuoco alle polveri. Non aiuta nemmeno la scelta degli episodi da presentare, poco sensatamente distribuiti in favore del passato più recente del gruppo. La tenuta comunque è notevole, il gruppo oltre a pescare estratti dall’ultimo “Xecutioner’s Return”, quali “Evil Ways”, indugia anche in qualche gradito oldies come “Turned Inside Out” e l’ultima “Slowly We Rot”. Buona la performance e la presenza, ma il concerto non prende il volo come dovuto, lasciando un po’ d’incertezze.

A seguire, raggianti di nero splendore, arrivano i Morbid Angel. Tornati in una gloriosa formazione che include Azagthoth, Sandoval e Vincent, oltre a Destructhor (già in Zyklon e Myrkskog), i Nostri devastano la platea con un muro di nerissime onde sonore. Nonostante il volume non sia dei migliori, i Morbid Angel si rivelano compatti e diretti verso la giugulare dell’ascoltatore. Inni come “Immortal Rites”, “Lord Of All Fevers And Plaghe” e “Evil Spells” mettono a dura prova il pit, risultando in uno show massiccio e per alcuni versi inaspettato. Pete Sandoval macina battute su battute, David Vincent appare rilassato, e lancia urla gutturali al cielo, arrivando a sfidare e invocare gli dei per un poco di pioggia. Proprio il bassista/cantante appare essere frontman di razza, preso in un ruolo tra il serio e il faceto, giocato con eleganza e sottile nichilistica ironia. La sua massiccia nera presenza fa da catalizzatore alle energie messe in campo dal combo death metal, che può sfogare impunemente tutta la sua rabbia traendo materiale soprattutto dai primi tre, storici, album. In un’altra location, con più tempo a disposizione, avrebbe potuto essere uno show indimenticabile.

Infine, il massacro, quello vero. Ovvero, Yngwie Malmsteen. Il Nostro per l’occasione si presenta esattamente uguale al solito, ovvero a se stesso. Passano gli anni e poco sembra cambiare nelle maniere e nell’attitudine del personaggio. “Rising Force” e “Never Die” aprono il concerto, con un Tim “Ripper” Owens che sarebbe meglio ribattezzare “Flipper”, data la propensione verso i continui cambi di formazione (Judas Priest, Beyond Force, Iced Earth, etc.). Professionista di razza Malmsteen non smuove la sua posizione, fermo nella riproposizione di uno show solido ed eterno. Owens dà molto con la sua voce, il chitarrista regolarmente prende la scena con i soliti funambolici istrionismi, tra gli immancabili sempiterni assoli e lanci di chitarra. “You Don’t Remember, I’ll Never Forget”, “I’m A Viking” e “Trilogy Suite” rimangono ottime e piacevoli canzoni, continua a mancare invece il guizzo vitale, la novità sentita nel suono del Nostro. Ma c’è chi apprezza e non spetta a noi giudicare il sentimento.

È il turno degli Iced Earth, ritorno graditissimo dopo il rientro di Matthew Barlow, storico frontman del gruppo. Basta “Dark Saga” per capire che l’allontanamento dalle scene di Barlow non ha arrugginito la sua prestanza vocale. La seguente “Vengeance Is Mine” mette a tacere ogni dubbio, presentando un gruppo compatto e irremovibile nell’assalto sonoro, benché ancora penalizzato dall’omnipresente problema dell’acustica. I brani storici e le recenti, poco impressionanti, uscite si susseguono uno dopo l’altra, tra “Burning Times”, “Ten Thousand Strong”, “Dracula” e “The Coming Curse”. La formazione, con rare incertezze, sfodera una prestazione impressionante e devastante nei risultati; Barlow, nonostante qualche errore e un poco di stanchezza, è semplicemente epico. “Travel To Stygian”, “Violate/Pure Evil” e la doppia chiusura di “My Own Saviour” e “Iced Earth” concludono uno show ottimo. Disonore al merito degli ingegneri del suono, al di là della qualità, le occasionali scomparse di voce e chitarre sono state ignominiose (a meno che non dipendesse dalla loro volontà).

Infine arriva la leggenda, costruita su un’architettura che riflette pienamente l’iconicità dei Judas Priest. L’atmosfera è pienamente consolidata anche dal supporto delle luci, evocativo e professionale, Rob Halford spunta da una botola semovente, scatenando il delirio con “Dawn Of Creation”, “Prophecy” e “Metal Gods”. Anche i Priest dimostrano un livello di professionalità semplicemente superiore, complice di chi segue le vie del metallo da così tanti anni. Tutti sono inappuntabili, o danno a vedere di esserlo. “Breaking The Law”, “Between The Hammer And The Anvil” e “The Hellion/Electric Eye” accendono la platea dell’emozione antica davanti al mito; Halford, complice anche l’uscita del nuovo “Nostradamus”, si presenta in fogge metalliche e ammalianti, tra l’evocazione della figura del famoso indovino, il trono e il passo accompagnato da un bastone. Tra “Sinner”, l’ovvia esplosione di “Painkiller” e “Rock Hard Ride Free”, arriva il momento del rombare dei motori, con Halford che si presenta sulla classica moto in compagnia di “Hell Bent For Leather”. Lo show è energico, perfettamente calibrato. Halford sa gestire anche i piccoli problemi vocali con l’abilità del professionista, come già dimostrato venerdì da Bruce Dickinson. Dopo un divertente scambio canoro tra il frontman e il pubblico, presi in un raffinato gioco di ripetizioni vocali, il concerto viene chiuso da “You’ve Got Another Thing Comin’”, con la folla in estasi.
Finisce l’edizione 2008 del Gods Of Metal, indimenticabile per la calura, per gli eccellenti ritorni (At The Gates e Carcass in primis) e per un’edizione che ha visto l’ennesima progressiva espansione verso una mentalità più internazionale e competitiva. Resta ovviamente il trademark italiota, tra problemi organizzativi e lunghe strade ancora da percorrere. Così come non può far altro che rimanere in testa una giornata come quella di sabato, piccolo capolavoro di musiche estreme accostate per l’occasione. Arrivederci all’anno che verrà.

NB. Si ringrazia sentitamente Outune e Stefano Di Noi per le foto di questa giornata

Scroll To Top