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Le verità ritrovate

Francesco Rosi ha saputo indagare la realtà italiana dal dopoguerra fino ad oggi, con una particolare attenzione al mezzogiorno, partendo dall’esigenza fortissima di capire la verità delle situazioni sociali scelte di volta in volta come oggetto della sua appassionata inchiesta, che acquista un potere comunicativo fortissimo grazie a quella “magia emotiva” che solo il cinema riesce a creare. Con “Salvatore Giuliano”, “Le Mani Sulla Città”, “Lucky Luciano”, “Il Caso Mattei”, solo per citare alcuni titoli, Rosi mostra di appartenere alla grande tradizione del cinema italiano della verità, cui appartengono sia il Neorealismo che la commedia all’italiana; certo, i moduli espressivi sono diversi, ma l’esigenza è a stessa: raccontare la realtà in cui viviamo, perché, come afferma Rosi “il cinema deve molto alla realtà”.

Insignito del premio alla carriera all’ultimo festival di Berlino, Rosi, che con “Salvatore Giuliano” vinse il Leone d’Oro, ha accettato l’invito dell’ArciMovie di Napoli per incontrare i ragazzi delle scuole di Ponticelli, quartiere della periferia orientale che tra monnezza, droga e riciclaggio sprofonda sempre di più, e per sua stessa mano. È sorprendente ed emozionante vedere “Il Pierrot”, cinema “ai margini”, gremito di persone alle quattro del pomeriggio per vedere “La Tregua”, il film con un eccezionale John Turturro che Rosi ha tratto dall’ omonimo romanzi di Primo Levi. Francesco Rosi ringrazia, ammettendo di essere positivamente sorpreso. Una volta tanto “la periferia diventa centro”, come afferma Antonella Di Nocera, che da anni si batte con l’ArciMovie per portare cultura e solidarietà in un quartiere marcio, stagnante e placido nella sua immobilità, salvo alzare la voce di tanto in tanto per reclamare un lavoro che dovrebbe scendere dal cielo come la grazia divina: “Napoli è una città che odio ed amo, e non posso fare a meno che sia così” ci confessa con un sorriso amaro Rosi. Dopo aver raccolto le parole di una magistrale lezione di cinema, infatti, Loudvision si avvicina al Maestro…

Abbiamo oggi rivisto “La Tregua”, un film che racconta la resistenza della vita all’orrore, il ritorno della speranza e della pietà. Ci racconta tutto questo con grande drammaticità, ma anche con una lieve ironia che suggerisce un riso quasi liberatorio…
Mi è sembrata una cosa più importante rispetto a raccontare solo l’orrore dei nazisti che sterminavano ebrei, zingari, omossessuali e dissidenti politici. Ricorrere all’orrore potrebbe costituire un facile ricatto nei confronti della gente. Ad esempio, “Schindler’s List” di Spielberg è un grande film, che però mette in evidenza l’orrore; io invece ho preferito soffermarmi sulla memoria. Mi sono detto: “vediamo se la gente si commuove di fronte al fatto che i nazisti hanno tolto la dignità agli uomini”. Mentre “Se Questo È Un Uomo” racconta solo il dolore, “La Tregua” racconta il modo in cui la memoria ti riporta gli episodi di orrore, ma anche quelli grotteschi, perché anche la situazione più tragica può contenere un particolare, sia pure minutissimo, che fa scattare il riso. La verità della vita non sta solo nel dolore, ma anche nei sentimenti che possono suggerire qualcosa di satirico, grottesco, comico addirittura. Quando telefonai a Levi parlammo più di mezzora, e lui fu d’accordo con la mia chiave di lettura del libro. Era un uomo di grande delicatezza d’animo, d’intelligenza molto vivace, sapeva cogliere la tragedia ma anche il grottesco della vita. Una settimana dopo, tuttavia, Levi morì, e io rimasi traumatizzato al punto che non osai chiedere alla famiglia il permesso di trarre un film dal suo romanzo. Era il 1987, e un film di questo genere non interessava a nessuno. Per due anni sono stato in ballo con la Rai, alla fine ho ottenuto finanziamenti europei. “La Tregua”, tra l’altro, è stato uno dei primi film italiani, se non proprio il primo, a carattere multietnico: sul mio set si parlavano quattro lingue!
[PAGEBREAK] Cos’è per lei il cinema d’inchiesta? S’identifica in questa espressione?
Il cinema d’inchiesta è lo svelamento di una verità. Il mio cinema ha cercato di dare valore alla realtà, di misurarsi con la verità dei miei personaggi. Ad esempio, in “Lucky luciano” non ho cercato di affidarmi alla fantasia che trasforma le cose, allo spettacolo che trascina di più il pubblico. Credo che il cinema debba molto alla realtà, e questo dipende da come i registi si sono avvicinati ad essa. Rossellini, De Sica, Visconti, ma anche Germi, Zampa e Comencini hanno raccontato la realtà italiana sia in maniera drammatica sia in maniera comica, hanno fatto un cinema della verità. Per quanto mi riguarda, si può dire che i miei film sono strutturati sul metodo dell’inchiesta, ma non si tratta di un’inchiesta giudiziaria bensì volta a cercare di capire dove si nasconde la verità e a tentare di afferrarne qualche brandello. In modo che – io per primo, quindi il pubblico – si possa riflettere su un sistema di potere corrotto che ha molte responsabilità su come va avanti questo paese da secoli. Con i miei film non pretendo di dire la verità, aspiro a mostrare il quadro nel quale sono accaduti certi avvenimenti a un pubblico cui chiedo di essere interlocutore attivo, cui chiedo un desisderio di partecipazione. La mia aspirazione è che lo spettatore, una volta tornato a casa, continui a pensare a quello che ha visto. La funzione del cinema è offrire una testimonianza e, allo stesso tempo, fare in modo che il pubblico riconosca nelle vicende raccontate non soltanto una parte di se stesso a livello privato, ma anche sul piano pubblico.

Oggi le inchieste sembrano patrimonio di poche trasmissioni televisive: perché nel cinema italiano contemporaneo si prediligono temi intimistici, che spesso finiscono per scadere nel bozzetto?
Malgrado l’enorme successo della tv, il cinema ha più potere perché va più in profondità. La televisione ha successo per quanto riguarda l’attualità, spesso grazie a delle ottime inchieste. Ma non ha i tempi per approfondire i sentimenti. I tempi della tv sono rapidi, quelli del cinema sono più pensati, e la sua forza è l’identificazione. Le figure che passano su questo lenzuolo bianco e diventano corpi: noi ci identifichiamo in loro perché viviamo gli stessi sentimenti. La tv pubblica avrebbe il dovere di proiettare almeno due giorni a settimana, e in un orario decente, i film della storia del cinema, non solo italiano ma anche europeo, dalla guerra ad oggi. E il cinema nazionale svolge un ruolo essenziale, perché è un cinema di documentazione. Potrei citare “Roma Città Aperta”, ma richiamo “Ladri Di Biciclette”: è un film che i ragazzi non hanno visto. È una grande pellicola per riconoscere il sentimento paterno e quello filiale, parla di un padre costretto ad un gesto che moralmente non condivide, il furto, e per questo si vergogna nei confronti del figlio. Questi sono sentimenti così importanti per i rapporti umani che andrebbe necessariamente fatto vedere ai ragazzini, perché un bambino di dieci anni che vede questo film capisce tutto, comprende dov’è il buono. Dobbiamo capire che i ragazzi diventano presto uomini, per questo devono vedere quello che noi abbiamo visto da giovani ma che loro purtroppo non hanno visto. È importante se vogliamo che i ragazzi costruiscano qualcosa d’intelligente. E il cinema è un veicolo straordinario, ha un potere di penetrazione enorme perché noi ci riconosciamo nei personaggi, sentiamo assieme a loro l’ emozione che arriva sia per commuoverci sia per rallegrarci. Per questo dico: non abbandonate il cinema, andatelo a vedere nelle sale, perché è diverso dalla televisione. E se oggi i film non sono più capaci d’indagare la realtà è perché prediligono l’elemento spettacolare, una facile scorciatoia.

Se oggi decidesse di realizzare un film sulla sua terra, Napoli, cosa sceglierebbe di raccontare?
Racconterei quello che secondo me è fondamentale: i cumuli di spazzatura. Che però, guardate, rappresentano solo la punta dell’iceberg. Racconterei il male che s’insinua nei giovani, che sono materia molle, debole, perché il giovane che si abitua a vivere senza lavorare è uno che dovrebbe organizzarsi e invece deve arrangiarsi. E qui la camorra ha gioco fin troppo facile. Una volta Napoli era una città operaia, poi lo smantellamento dell’industria metalmeccanica dell’Ilva ha cancellato il mondo operaio di Napoli. Coloro che lavoravano all’Ilva potevano sperare in un futuro che portasse la cultura dell’operaio nel vicolo. Invece è successo il contrario: è il vicolo che ha assorbito l’operaio. Tutte le occasioni di lavoro operaio sono sparite: questa è la vera crisi di Napoli.

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