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Le Zucche e i loro derivati

Il Rockin’ Field viene presentato da Barley Arts come il successore del leggendario Monsters Of Rock, il primo dei festival metal a calare nella nostra penisola, simbolo e nume tutelare per gli eventi di musica pesante che surriscaldano ancor di più le estati tricolori. I nomi in manifesto non possono avanzare l’ambizione di competere con i padri fondatori dell’heavy metal nei loro anni di fulgido splendore, né raggiungono il livello degli attuali eventi di maggiore esperienza, ma mostrano la volontà di scommettere sui giovani e su scelte meno convenzionali del solito, incassando un pubblico ridotto rispetto alle aspettative e alla concorrenza.

Da una parte, in effetti, gli sbarbati all’opera all’Idroscalo di Milano confermano la loro inadeguatezza al ruolo di riscaldamento per un grande pubblico, mostrandosi spesso musicalmente mediocri o troppo poco noti alla massa perché possa scattare la scintilla decisiva sotto al palco.
Dall’altra, le spettacolari esibizioni di Helloween e Avantasia, due nomi che non sono stati sufficienti a riempire l’arena concerti, dimostrano per l’ennesima volta come il troppo conservatore pubblico italiano sia ingrato verso qualsiasi festival che non porti in cima alla propria lista uno dei soliti cinque-sei nomi che si alternano regolarmente a conclusione delle giornate del Gods Of Metal.
Il danno maggiore è senz’altro per chi si è perso lo spettacolo e, ovviamente, per gli organizzatori. Di ben altra opinione gli astanti, che avrebbero potuto godere di un festival puntuale e vivibile nella sua pienezza, non fosse stato per il tremendo diluvio che ha oscurato completamente il tardo pomeriggio meneghino.

Si diceva delle delusioni arrivate dalle band chiamate ad aprire la giornata: sicuramente tra queste non vi sono i White Skull. Il loro power metal spazia dall’antica Roma all’Inquisizione medievale, riscaldando gli animi guerreschi più di quanto siano riusciti a fare molti dei successori sul palco. La differenza di età apparente tra lo storico chitarrista Tony Mad e la giovane cantante Elisa De Palma sembra imbarazzante, ma l’ensemble funziona a pieno regime. Auguriamo loro un’ancora lunga carriera on the road.

Le note dolenti arrivano invece con i primi forestieri a calcare le assi del Rockin’ Field. Gli Eluveitie si sono fatti notare negli ultimi mesi più per il nome impronunciabile che per aver stravolto la scena metal con una nuova ondata di folk metal. La simpatia sul palco abbonda, ma come spesso avviene in questi casi a difettare è l’avvenenza fisica, che, nonostante la presenza di due signorine addette alla componente folk del sound elvetico, rimane decisamente in fondo alla classifica di giornata. Questi svizzeri di lingua tedesca portano sul palco il metal dei Soilwork con l’aggiunta di violino e custom-made “Hurdy-gurdy” Novello Classico, risultando in una confusione poco epica e ancor meno divertente. Aridatece gli In Extremo.

Lo sconforto massimo, però, arriva nei nostri cuori con l’attacco dei Biomechanical. Osannati dalla stampa, o almeno da quella parte che speriamo non li abbia mai visti suonare dal vivo, sembrano il gruppo che infesta le feste d’istituto del liceo: alla voce il nasty boy della situazione, affiancato da un chitarrista che prende come modello Lorenzo Lamas e una batterista assolutamente improponibile che non sfigurerebbe nella prossima boy band rivisitazione dei Take That. Il power-thrash degli inglesi spopola nel vero senso della parola, tanto da perdere quasi il confronto con il meet’n’greet degli Epica poco distante, e fa metaforicamente sdeng come il rullante della loro batteria. Probabile che qualcuno degli improperi sciorinati da John K. per incattivire la proposta sia tornato indietro al mittente.

Continua a salire sul palco l’Inghilterra, questa volta con risultati decisamente migliori, quando fanno la loro comparsa i Threshold. I sei nero-vestiti danno vita ad una performance perfetta e mettono in mostra il repertorio più tecnico dell’intera giornata. Melodie delicate si accompagnano a molti riffoni in un prog metal classico che prende la forma di pochi, lunghissimi, pezzi. Simpatici e brillanti, i Threshold non sono certo tra gli artisti più indicati per un caldo festival estivo, ma si fanno comunque apprezzare sotto tutti i punti di vista. Peccato che il loro nome e la loro musica siano, nonostante una lunga carriera, troppo poco noti in Italia.
[PAGEBREAK] A questo punto il pubblico, davvero esiguo finora, comincia ad addensarsi maggiormente sotto il palco per dare il bentornato a Fabio Lione al microfono dei Vision Divine. Il metal melodico del combo italiano dal vivo appare ancora più inefficace e perde chiaramente la sua aura di raffinatezza. Il ritorno a Lione, poi, appiattisce ancor di più la proposta e la riporta a una dimensione di provincialità che poco si addice a una posizione di onore nel bill del Rockin’ Field. Il pubblico, raddoppiato per l’occasione rispetto agli show precedenti, sembra comunque gradire e mostra la sua affezione verso questi nomi storici del metal tricolore. Tra i pezzi proposti “Colours Of My World”, “Vision Divine”, “Perfect Suicide”, “Alpha & Omega” e “Send Me An Angel”, su cui irrompe copiosa la pioggia.

Sotto il diluvio giunge, quindi, il momento degli Epica. Quest’inverno avevano dovuto rinunciare al concerto bolognese per via della malattia che aveva colpito la bella Simone Simons, al Rockin’ Field è difficile dire se sia andata meglio. Duecento hardcore fans rimangono sotto il palco, resistendo strenuamente, a incitare gli olandesi durante tutto il concerto, seguito da lontano dal resto del pubblico, al riparo di tendoni, alberi, bagni o altri ripari di emergenza. Visti in formato formica e ascoltati col filtro della pioggia e di mezza arena, è difficile raccontare qualcosa sugli Epica, se non che nell’ora di concerto si sono concessi anche una cover dei Death, “Crystal Mountain”, che appare invero piuttosto confusa. Viste le condizioni, meglio sospendere qui ogni ulteriore valutazione.

Fortunatamente la pioggia abbandona il palco in vista della parte calda della serata, lasciandoci accogliere nel miglior modo possibile gli Helloween di Andi Deris. Suonare di spalla al gruppo di Tobias Sammet, un chiaro derivato musicale di scuola helloweeniana, sarà sembrato strano alle Zucche di Amburgo – e non solo – anche in ragione di uno spettacolo che ci fa domandare come possa essere superabile dagli headliner. L’attacco è con la lunghissima “Helloween” e si capisce subito che il recente “Gambling With The Devil” sarà meritatamente trascurato in favore dei classici dell’era Kiske. Deris mostra qualche ruga di troppo e non sempre regge il confronto col pesante passato, ma sa tenere in mano il pubblico e trasforma il concerto in una festa, complici le sempre allegre note dei teutonici e una scenografia divertente, che include due spettacolari maxi zucche gonfiabili. Il pubblico è convinto e partecipa, confermando una tesi piuttosto abusata in questi casi: nonostante la preoccupante stagnazione qualitativa dei nuovi pezzi, dal vivo gli Helloween continuano a divertire cantando “I Want Out”. E così sia, allora.

La chiusura del Rockin’ Field 2008 tocca agli Avantasia, per un’esperienza che potrebbe non ripetersi, sia su disco che dal vivo. Quello che avviene sul palco assomiglia molto a uno spettacolo teatrale, con numerosi interpreti ad accompagnare Tobias Sammet nella sua interpretazione: Jorn Lande, Bob Catley, André Matos, Amanda Somerville e Oliver Hartmann (anche alla chitarra) affiancano il ragazzo tedesco nella rievocazione dei più importanti episodi della saga fantasy. Il risultato è maestoso e corale, con un impatto che finalmente ci fa capire perché sono proprio loro i più attesi della serata. Sammet, d’altro canto, non perde occasione per esaltare la grandezza della propria opera, sottolineandone l’unicità e rimarcando come il pubblico di questa serata sia inadeguato alle sue aspettative. L’impressione, più che quella di un ragazzino brillante, quale poteva essere una manciata di anni fa, è quella di uno smaliziato imprenditore musicale, che lascia trasparire un ego non indifferente. La sua personalità è comunque magnetica e conduce gli spettatori lungo tutto lo show, con la stessa efficacia quando si tratta di cantare o di presentare i propri compagni di palco. Recupera così, il capace Tobias, uno svantaggio tecnico verso gli artisti di cui si circonda che in alcuni casi traspare chiaramente. Di fianco all’incredibile voce di Jorn Lande e ai folkloristici capelli cotonati di Bob Catley, soltanto Matos viene affossato da un volume troppo basso, che spesso impedisce alle sue note cristalline di emergere, mentre l’abilità principale di Sammet pare quella – invidiabile – di essere riuscito a mettere insieme e aver condotto magnificamente questo spettacolo. Lode a lui e piacere nostro.

Helloween setlist:

Helloween
March Of Time
As Long As I Fall
A Tale That Wasn’t Right
Drum Solo
Eagle Fly Free
If I Could Fly
Medley (I Can / Perfect Gentleman / Power)

Future World
I Want Out

Avantasia setlist:

Twisted Mind
The Scarecrow
Another Angel Down
Reach Out For The Light
The Story Ain’t Over
Shelter From The Rain
Lost In Space
I Don’t Believe In Your Love
Avantasia
Serpents In Paradise
Promised Land

The Toy Master
Farewell
Medley (Sign Of The Cross / The Seven Angels)

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