Home > In Evidenza > La propaganda della Lega sulla musica italiana: perché la radio sovranista è una “stronzata”

La propaganda della Lega sulla musica italiana: perché la radio sovranista è una “stronzata”

Correlati

La Lega nacque come voce imperante dei secessionisti padani, col tempo è divenuta amante passionale anche del Centro e del Sud Italia, sbandieratrice orgogliosa di brand nostrani come la Nutella e i barattoli di ragù Star, ma solo da qualche giorno sta provando a diventare anche la paladina della musica italiana. Sta facendo discutere, infatti, la proposta di partito ideata da Alessandro Morelli che prevede una soglia minima al 33 per cento di passaggi radiofonici di sola musica italiana. Non solo, il deputato leghista ha parlato anche di un 10% da destinarsi agli artisti indipendenti nonché un piccolo pacchetto di sanzioni per tutte le stazioni dissidenti con pena massima la chiusura del programma. In molti si sono già schierati a favore e la voce più importante dalla legione dei pro è sicuramente quella di Mogol, presidente della SIAE. Eppure, le ragioni per essere, non solo diffidenti da un eventuale disegno di legge così pensato, ma fermamente contrari sono molte. Talmente tante che serve un elenco, vediamole insieme.

CHI LO DICE E PERCHE’ LO DICE
Separare il contenuto di una riforma da chi la promuove è un errore grossolano, ancora peggio è ignorarne la fonte: un partito xenofobo, populista e che di tanto in tanto si veste di nero.
L’episodio che ha dato il via a questa proposta è stata la vittoria di Mahmood al Festival di Sanremo a cui sono seguite avvilenti polemiche sul suo grado di italianità, in quanto figlio di padre egiziano. Per  Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania, si è sollevata spontanea la necessità di alimentare la propaganda del partito apertamente contrario a considerare italiani i ragazzi come Mahmood e quindi meno legittimati a vincere il Festival della Canzone Italiana per eccellenza. E pensare che poco tempo fa bastava essere sotto il Po per essere considerato terrone e che il concetto di “Italia” era puramente spregiativo. Oggi i vari Morelli li fanno con lo stampino nazional-popolare e le cose si sono ribaltate senza lasciar memoria tangibile. Alla luce delle premesse che hanno lanciato la proposta, è chiaro che le intenzioni dietro questa soglia minima di artisti italiani in radio siano puramente politiche e non culturali, che altro non è se non l’estensione radiofonica del rigurgito nerastro “prima gli italiani” tanto caro al Capitano. Sostenere il proprio appoggio ad una possibile riforma così generata equivale, prima di ogni altra cosa, a sostenere la visione politica della Lega. Indipendentemente dai possibili margini di vantaggio di cui la musica italiana gioverebbe (di cui ha effettivamente bisogno anche se non in questi termini). Il mondo della musica non può essere così miope ed egoista da saltare sul carro del nemico per racimolarne qualche briciola senza pensare che c’è una battaglia più grande per la cultura e la musica italiana e il primo ostacolo da superare è proprio nei nomi di soggetti come: Matteo Salvini o Alessandro Morelli.

FONDAMENTALMENTE INUTILE
EarOne è una ben nota ed autorevole società che monitora l’airplay radiofonico. Secondo la stessa, i brani italiani diffusi in radio nel 2018 sono stati il 49% sul totale complessivo e, nello specifico, solo la settimana scorsa nella classifica dei brani più trasmessi, sei su dieci erano italiani e al primo posto, rullo di tamburi, Mahmood. Ops.
Sempre sulla base dei dati dalla piattaforma EarOne una novità su due presentata nelle nostre radio è italiana e la percentuale minima di passaggi radiofonici di artisti emergenti è del 23%. Questi numeri non ci aiutano ad indicare il benessere complessivo della musica italiana, ma di certo smascherano l’intento di un disegno di legge privo di ogni effetto sul reale e rigonfio di pura retorica.

I DANNI
Unire l’inutile al deleterio è il cavallo di battaglia della Lega e quest’idea, per come è stata presentata, non rappresenta un’eccezione. La radio è un mezzo di comunicazione e la sua libertà è un principio fondamentale. Sono stato più volte additato come naif per credere ad una radio essenzialmente libera in un mondo controllato da sponsor, favori, favoretti e regole di mercato. Eppure al cinismo di chi vede solo questa faccia della medaglia mi piace contrapporre l’idea di contrastare obblighi e regole con incentivi, mi convince il pensiero di una radio libera senza imposizioni di sorta o tanto meno sanzioni.
Ulteriore danno a quello posto in essere nella minaccia ad un principio di libertà c’è quello rappresentato dall’ostica questione del rispondere alla domanda: cosa possiamo considerare musica italiana? Basta che sia cantata in italiano, prodotta in Italia, promossa da un agenzia di stampa italiana, legata ad un’etichetta italiana, ma se il cantante non lo fosse? Come classificare gli artisti che, invece, cantano in inglese o quelli che collaborano con artisti stranieri, contano solo a metà?

LE SOLUZIONI
Una nota di merito al deputato Morelli, però, tocca dargliela: aver sollevato una questione importante come la condizione della musica italiana. I risultati purtroppo, come visto, non sono dei migliori, ma cosa aspettarsi da uno convinto, almeno fino all’altro ieri, che l’Europa stesse mettendo in atto una sostituzione etnica ai danni dei padani?
Posto che la musica italiana non abbia alcun bisogno di essere protetta nelle nostre radio, un intervento consistente a sostegno della musica indipendente, che si sottragga da miasmi propagandistici, potrebbe essere quello di prevedere incentivi significativi per tutte le stazioni con un una frequenza di passaggi di artisti emergenti del 40% o del 50%, addirittura. Altro che 10%.
Poi, messo fuori il naso dalle frequenze radiofoniche, ci accorgiamo che nell’anno scolastico 2018/2019 la percentuale di studenti che ha scelto il percorso liceale ad indirizzo musicale è dello 0,9%. Allora è proprio dalla scuola che potrebbe ripartire una manovra volta non tanto a preservare, che poi da cosa non si sa bene, quanto a stimolare la crescita di un settore culturale e lavorativo poco presente proprio nelle istituzioni educative. Prendiamo la regione Lombardia ad esempio che con i suoi 10 milioni di abitanti è la più popolata d’Italia e ospita solo 16 licei musicali. Possibile che l’unica alternativa per i ragazzi che vogliono studiare sia la scuola privata?
Per non parare del discorso sul salario minimo per musicisti e addetti ai lavori o della stretta sui locali che propongono musica dal vivo soffocati da burocrazie e chiusure inaspettate.

La proposta del deputato leghista Morelli scopre quindi un lembo della musica italiana in sofferenza per una situazione odierna così tanto scoraggiata da prendere per oro colato anche una proposta che nasce come boutade di propaganda e che avrà effetti ad essa relativi. E per la prima volta mi ritrovo a dover contraddire un maestro come Fabrizio De André dicendo che in questo caso dal letame quelli che nascono non sono fiori. È quello che è, come ha detto ieri De Gregori, una stronzata.

Scroll To Top