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Leggenda tinta di umanità

È la storia del rock. Ed è tuttora in piedi nonostante le proprie battaglie. Nonostante la diagnosi e la cura di un tumore che pare non aver scalfito di una virgola la propria vocazione. Stephen Stills riesce ancora a stringere i cuori del suo pubblico con il tocco accattivante ma pur sempre autorevole della sua chitarra. Un suono che non tradisce, un mood che conduce senza tregua agli anni Sessanta e alle bandiere insanguinate di un’America fatta di guerre e di speranze. È la sua voce, forse, ad aver risentito maggiormente di questi ultimi anni di conflitti e di un’età che non è più nel fiore della propria vigoria. Ma è comunque una voce che proviene da una California alternativa e che ci riporta alla memoria i Buffalo Springfield, cui Stills fu fondatore insieme a Neil Young, e i leggendari Crosby Stills Nash & Young, gruppo che fu definito per azzardo l’erede dei Beatles.

E purtroppo il Teatro Smeraldo di Milano lo ha accolto con parecchie file vuote: “Forse a una certa età il pensionamento non sarebbe un’ipotesi da scartare” ha commentato ironico e disincantato Stills, tra un accordo e un sorriso. Ha indossato i panni di un folksinger da coffee house e ha presentato uno show suddiviso in due parti: una set acustico e un set elettrico.

Apre il sipario con “Helplessly Hoping”, vecchia gloria del primo album con Crosby e Nash, imbracciando la storica White Falcon e alternando, lungo tutta la sua esibizione, tre diversi modelli di Martin. Prosegue con “4+20″ e “Change Partners”. Scivola fluido con una bella rilettura della dylaniana “Girl From The Country” e una gagliarda “The Blind Fiddler”, brano della tradizione popolare americana che risale al XIX secolo. Ripercorre la propria carriera con “Johnny’s Garden”, celebre brano che compose insieme ai Manassas, e con l’inno anti guerra in Vietnam “Find The Cost Of Freeedom”, che divenne una delle pietre angolari del Festival di Woodstock. Chiude con la suite “Judy Blue Eyes”, nostalgico pezzo dei propri albori.

Il secondo set, invece, si è consumato all’insegna del blues, pieno e accattivante con una Stratocaster che parla da sola: Stills era solito duettare con Hendrix ed era secondo solo a Eric Clapton. Fluiscono dalla sua mano l’intrepida “Darkstar” e “For What Is Worth”, altro vecchio cavallo di battaglia dei Buffalo Springfield. E poi “Bluebird”, addolcita con una lunga coda psichedelica, “Rock And Roll Woman” e un’incantevole “Old Man Trouble”, classico della canzone nera americana eseguita col pianoforte in solitudine.

Chiude il concerto un medley rock-blues in cui primeggia l’immancabile “Rocky Mountain Way”. Poi Stills lascia i propri panni da rocker e firma tutti gli album dei suoi più accaniti fan. La sua umanità va oltre.

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