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Lelio, musica e libertà

«Ci sono sempre due momenti chiave nei film del nuovissimo cinema cileno: quando il protagonista scopre di essere solo, e quando si rende conto che questa solitudine è una forma di libertà»: sono parole di Gonzalo Maza, una delle figure centrali del cine chileno degli anni 2000 esplorato dalla 49esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro che si è conclusa da pochi giorni.

In “Gloria“, l’ultimo film diretto da Sebastián Lelio — a lui la Mostra ha dedicato un focus speciale proiettando tutti i lungometraggi — e premiato a Berlino per l’interpretazione di Paulina García (in sala dal 10 ottobre in 60 copie con Lucky Red), il rapporto tra solitudine e libertà, bisogno d’amore e voglia di vivere, si amplifica fino a toccare la questione del diritto alla felicità.
Lo sviluppo del racconto è minimo e la sceneggiatura — scritta da Lelio proprio con Gonzalo Maza — ha soprattutto cura di descrivere una situazione esistenziale, quella della cinquantenne Gloria, con pennellate sintetiche e molto semplici.

Di famiglie apparentemente unite ma in realtà separate dall’egoismo ne abbiamo viste tante, al cinema e nella vita. Così come non ci risulta nuova la fragililtà della storia d’amore vissuta da Gloria dopo la separazione dal primo marito. Lelio mette in scena i colpi incassati dalla protagonista, dalle delusioni sentimentali ai problemi di salute, con calore empatico ma senza caricarli, con inquadrature e incastri di montaggio nitidi e fluidi.

Un’opera pessimista e triste, quindi? Piuttosto, un film che rinuncia a ogni tipo di fede — nell’amore, nella famiglia, nei rapporti umani — per celebrare la forza dell’individuo. E lo fa, in modo molto cinematografico, con una colonna sonora sfrontatamente pop, irrestibile come la granitica voglia di cantare di Gloria, nonostante tutto e fino all’ultimo fotogramma.

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