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Leningrad Cowboys: Zombie’s Paradise

So happy together?

Davanti alla copertina, ero rimasto abbastanza perplesso. Davanti al primo indizio, quello più banale, circa il brano “Happy Together” singolo e remake di una canzone dei The Turtles, che ha trovato realizzazione recentemente come colonna sonora dell’ultimo spot Vodafone Italia, non ero soddisfatto. A me questo nome ronzava in testa come legato a qualcosa di passato. Ricercando più approfonditamente tra foto e biografie sono finalmente riuscito a risalire alla ragion d’essere dei Leningrad Cowboys. Anni fa sono stato testimone del cult movie, di cui ignoro la portata in termini di fama qui in Italia, “Leningrad Cowboys Go America”. A detta di qualcuno, l’unica volta in cui la pellicola è stata coraggiosamente trasmessa è una seconda serata nella fu TMC di Cecchi Gori. Ed il film, ironico e spettacolare, riguardante una band siberiana totalmente folle, sollecitata a provare la fortuna in America vista la loro mancanza di talento, da solo non basta a spiegare chi siano i Leningrad Cowboys.
Per cominciare, questi pazzi dediti al cinema ed alla musica contemporaneamente, sono finlandesi. Esisono da almeno vent’anni, ed il film di Aki Kaurismäki risale al 1989, mentre il sequel “Leningrad Cowboys Meet Moses” è datato 1994; in mezzo si colloca l’episodio musicale più rilevante, il film/documentario del concerto di Helsinki avvenuto in giugno del 1993: “Total Balalaika Show”, dove già compare “Happy Together” insieme a numerosi classici del rock e hit originali del gruppo, che qui si presenta con cento cantanti, quaranta musicisti e venti danzatori. Da qui potete capire perché non sono affatto strane, né nuove le vene lirico-orchestrali nella loro musica.
“Zombie’s Paradise” rappresenta il primo lavoro pubblicato in sei anni, e se da un lato la band ha indurito i suoni rock’n’roll, dall’altro la veste sonora ha recepito parecchio delle moderne influenze del nu-metal. Ci sono riff accattivanti, elettronica, alternanze tra chitarre noise e parti di solo basso elettrico e batteria ad accrescere il groove, e la totale sconsideratezza estetica, semiseria, che trova un certo equilibrio tra l’indiscutibile impegno nell’esecuzione ed il gusto di stravolgere i brani coverizzati. “You’re My heart, You’re My Soul”, l’hit dei Boney Nem, porta su di sé l’incisività di un pezzo nu metal, con riff ripetitivi, sincopati e monolitici, intervallati dall’orchestralità del ritornello. Altrettanto incalzante è “What Is Love?”, il singolo techno di successo di Haddaway datato 1993, qui trasformato in un concentrato di ritmica heavy e coralità. “Goldfinger” è il tema di James Bond composto da John Barry che tutti conoscono, qui dotato del tocco di femminilità necessario per ritrarre lo spirito marpione del personaggio. Rock’n’roll sfrenato per l’irresistibile “Puttin On The Ritz”, con qualche simpatica deviazione nell’hip pop; assurde tinte nu-metal à la System Of A Down nella cover di “Manic Monday” delle patinate The Bangles, uno dei gruppi pop all-female più pieni di effusioni musicali e finti ammiccamenti al rock che gli anni ’80, affamati delle figure femminili californiane, ci potevano regalare.[PAGEBREAK]Niente grosse sorprese per “Starman” di David Bowie, uno dei pochi a crearsi musica e linee vocali che rimarrebbero inconfondibili anche se fosse Mike Patton a stravolgerle e rivoltarle. “Ring Of Fire” di Johnny Cash mantiene melodia e tatto nonostante le pesanti distorsioni chitarristiche e i rumoristici interventi dell’orchestra, “My Sharona” dei The Knack mantiene il piglio senza troppo agire sull’originale. Niente di particolarmente esaltante è segnalabile in “Play That Funky Music”, hit anni settanta dell’one hit wonder Rob Parissi (Wild Cherry), se non l’assolo di chitarra che ne impreziosisce l’esecuzione nel canonico stile dei Leningrad Cowboys. “Fire” di Ozzy Osbourne si prende la sua dose di orchestralità ed atmosfera bruciante, ben adoperando la policromica strumentazione e la compattezza del suono della band, e risulta essere forse il brano migliore di tutto il disco, per coraggio estetico ed esecutivo davvero impressionanti. Infernale e clownesca, infine, “Der Lachende Vagabund” di Fred Bertelmann, la cui originale mi è totalmente sconosciuta, ma non è difficile immaginare qui l’intento più canzonatorio e spiritoso dei Leningrad Cowboys.
Non commento il brano di chiusura, proposto anche nella versione spot Vodafone, visto che la continua esposizione non solo la rende nota a tutti, ma inflaziona l’impressione che si ha di essa. Vedere i cowboy di Leningrado in veste così mainstream lascia spiazzati. Come li ricordavo io erano un comicissimo esperimento underground. Ora sono più famosi degli Spinal Tap; hanno un’esposizione comunque meritata, e questo disco vanta una produzione dei massimi livelli. Nonostante non sia valutabile nel complesso, in quanto non c’è praticamente brano originale, mentre l’intento estetico è spesso bizzarro pur non seguendo una direzione precisa, si può parlare di un manifesto artistico dalle tinte forti, sarcastico e con classe, che anche non piacendo trova molti momenti positivi in grado di destare interesse.

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