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  • Leon Switters: Current Trends In The Contemporary Italian Music Disaster Vol. III

    Leon Switters

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Alla fine del giorno cosa resta del jazz italiota

Il percorso in casa Improvvisatore Involontario vale come modello paradigmatico del movimento contrario ma interno all’esistente di parte delle culture “altre” italiote. Utile compendio virale a molte stantie abitudini musicali, il progetto, e il disco in questione, dovrebbero funzionare come scardinatori dell’immaginario musicale (e non) della penisola, lanciati come sono a ricercare strade personali e potenzialmente nuove. Di fatto, il risultato è un altro.
Il difetto maggiore del disco consta infatti nell’esacerbata volontà al rovesciamento di valori, nel continuo rimescolio contro l’abitudine e il clichè imperanti. Qualità che ovviamente dovrebbero far brillare cuori e ardori, ma che risentono davvero troppo dell’intenzione iniziale, la quale finisce per svettare al di sopra della musica, e dentro ad essa. Non si può fare a meno dell’impressione dello scandalo neo-borghese a tutti i costi, dell’attività antagonista che finisce per cadere nel clichè speculare all’oggetto della repulsione, e quindi complementare, e quindi compreso nel problema iniziale. Va da sé, comunque, che si tratta di critiche sentite e, dunque, a maggior ragione varrebbe la pena di mettere da parte alcune paturnie antisociali per fare i conti solo con la propria musica (come immaginiamo avvenga probabilmente dal vivo); ne si guadagnerebbe in qualità, valore e messaggio, probabilmente.

Affascina a ogni modo l’approccio simil-surreale/dada, quell’avant pop che gioca con i suoi materiali e con quelli della tradizione e del circondario per farne critica attiva alle modalità dominanti. È una musica che appartiene al proprio tempo, ma che proprio con questo dovrebbe confrontarsi in maniera più matura, riflettendo sulle forme e i modi del suo farsi. Indubbio è il buonissimo livello raggiunto, ma fa specie non vengano considerati movimenti e vitalità analoghi in ambiti differenti (dall’HC all’hip hip, passando per elettronica post punk noise etc. Basti pensare, per restare nei dintorni di quanto è o non è jazz, ai Talibam! di “Ordination Of The Globetrotting Conscripts”). Verrebbe da pensare che è bello e giusto distruggere e prendere a calci, fintanto che si è in grado di riconoscere anime affini intorno a sé, rendendosi conto dell’impossibilità di una visione completa e della necessità di analisi più rigorose e ampie. Analisi che non possono e non devono limitarsi a un gioco intellettuale al massacro, come se i vari Adorno, Horkheimer, Marcuse, Foucalt e Deleuze non avessero già avuto alquanto da ridire e profetizzare. Come se i vari Coleman, Ayler e compagnia bella avessero trovato sin dagli esordi la strada spianata.
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In quanto matrice di pensiero libero, inoltre, vale la pena di apprezzare la vena caustica dei Nostri, spesso sardonicamente inappuntabili contro molte fastidiose manifestazioni nel/del circondario. Meno apprezzabile è la poca coesione interna alle musiche, peccato ovviamente veniale se risultasse da una decostruzione più o meno ragionata, meno ammirevole se pensato come esempio esplicitato di eterogeneità e metatestualità a tutti i costi. Piacerebbe vedere gli Switters preda di furori dionisiaci, senza controllo e ardimento intellettuale. Piacerebbe sentirli scegliere l’istinto sopra all’organizzazione, paradossalmente. Dare sfogo al cuore bruciante del loro simil-jazz nichilista, ironico e divertito, capace di trovare strade personali e interessanti in un suono da testare per forza dal vivo.

Resta il fatto che tali critiche impietose derivano dall’alta qualità del combo e dalla speranza concreta di sentire qualcosa di davvero grande uscire dal gruppo. La speranza di differenze sostanziali all’interno della/e proposta/e, la possibilità di un’alternativa all’interno di un’alternativa, contro il capitale, la politica (economica e non, e anche musicale), la previdibilità e il pensiero medio.

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