Home > Zoom > L’eredità di Chester Bennington

L’eredità di Chester Bennington

Sì, è accaduto davvero. Facciamo pace con le nostre coscienze ed accettiamo con resa il fatto che, ormai, la notizia è cosa certa e non un fake, come in molti abbiamo a lungo sperato. Chester Charles Bennington, 41 anni, si è tolto la vita nella sua residenza di Palos Verdes Estates (California). Un gesto troppo inaspettato e shockante per chiunque, a partire dall’amico e socio Mike Shinoda cui è toccato il gravoso compito di confermare al mondo intero, tramite un tweet, quella che fino alle 21.00 (ora italiana) in molti pensavano fosse una bufala. Compreso il sottoscritto, che più di tutto (lo ammetto) avrebbe voluto trovare, in quest’occasione, terreno fertile per avventarsi contro il sempre più incalzante sciacallaggio di tutti quei presunti “giornalisti” dell’era moderna, apparentemente più in cerca del record di visualizzazioni sul web che non di dedicare energia e sincera abnegazione al mestiere. Ma mi è andata male, il che ha reso più difficile fare i conti con “la notizia” diramata alle ore 20.00 del 20 luglio 2017 dal sito web di gossip TMZ. Nel giorno in cui il suo più caro amico Chris Cornell avrebbe compiuto il suo 53esimo compleanno (non fosse stato per quel 18 maggio scorso maledetto), “Chazy Chaz” ha deposto per sempre le sue armi cedendo definitivamente ai suoi demoni, forse troppo a lungo sedati nel modo sbagliato: i vantaggi di un successo giunto troppo presto, gli abusi di alcol e droghe o la semplice “maschera” di una vita apparentemente perfetta, forte anche della presenza e dell’amore di una moglie e sei figli. E come per il suo amico Chris, è bastato un nodo scorsoio per farla finita una volta per tutte con quella “guerra”. Le reazioni, naturalmente, non si sono fatte attendere sulla rete. Fan della prima e ultima ora, profani del genere, giullari “artisti del meme”, menefreghisti vogliosi solo di figurare tra i vari post: tutti in fila a modo loro per esprimere lo stato d’animo predominante rispetto alla “vicenda Bennington”. Inutile dire che il premio “maggiori visualizzazioni” lo hanno vinto tutte le star della musica che hanno lasciato rimbalzare come palle pazze i loro messaggi di cordoglio e di addio al collega scomparso: da P!nk ai Nickelback, da Billie Joe Armstrong (Greenday) a Paul Stanley (Kiss), da Daron Malakian (SOAD) a Taylor Hawkins (Foo Fighters), e ancora Slash (Guns ‘n’ Roses), Cristina Scabbia (Lacuna Coil), Travis Barker (Blink 182), David Draiman (Disturbed), Tommy Lee (Mötley Crüe), Lzzy Hale (Halestorm) e altri ancora. Io nel frattempo ho messo su quel superbo lavoro che fu nei primi anni 2000 (e, personalmente, lo è ancora) “Hybrid Theory”, tanto da riuscire a dare forma e significato al mio sentimento predominante: la rabbia. Dopo tante canzoni degli LP urlate a squarciagola nella mia stanza durante l’adolescenza (tenendo su le cuffiette del lettore CD), lo sforzo di riesumare quelle emozioni al cospetto di un simile “epilogo” non si bagna di lacrime, ma sudore. Perché sopravvivere ai propri “eroi” (soprattutto in tempi come questi), perdendoli in modo così straziante rischia, in generale, di mettere seriamente in discussione tutti messaggi e gli insegnamenti di cui abbiamo fatto tesoro durante la nostra cara pubertà. La voce di Chester era una certezza per qualcuno di noi all’epoca, una valvola di sfogo a tutti gli effetti: quell’alternanza tra voce melodica e screaming devastanti che sembrava davvero spazzare via tutte le paure e gli sbattimenti, oltre a farci sentire in grado di prenderci la nostra “rivincita” nei confronti di quel “mondo” che sembrava non capirci mai. Come se davvero fosse lui il nostro peggior nemico. Ma le canzoni dei Linkin Park, come l’intera vita del compianto “Chaz”, hanno sempre parlato chiaro, in questo senso: noi e solo noi siamo responsabili dei nostri stati d’animo, e se cadiamo è esclusivamente a noi stessi che dobbiamo fare affidamento con tutta l’energia e la volontà possibile. Un’intera discografia che ha come comun denominatore la voglia di ribellarsi ai propri demoni, da “Hybrid Theory” (2000, l’album nu metal più venduto di sempre) “Meteora” (2003), “Minutes To Midnight” (2007), ai discussi cambi di rotta musicale con “A Thousand Suns” (2010), “Living Things” (2012), “The Hunting Party” (2014), fino ad arrivare al più recente “One More Light” (2017). E se a farsi spazio ora è quella “maledetta rabbia” è perché, caro Chester (che dal canto tuo hai dovuto sopportare un’esistenza per certi versi davvero dura, e della quale ormai ne siamo fin troppo a conoscenza), la lezione di vita più brutta che stai rischiando di lasciarci come un’eredità, è questa: che da certi mali non si possa guarire, che dal fondo non ci si possa elevare. Ora, immaginare un domani per Mike Shinoda, Brad Delson, Phoenix, Rob Bourdon e Joe Hahn è davvero difficile e triste. Nei prossimi giorni, le canzoni dei Linkin Park si rincorreranno per tutte le maggiori radio mainstream, qualcuno azzarderà uno o più “acquisti” in qualche negozio di musica, il numero di visualizzazioni su Youtube crescerà vertiginosamente per qualche videoclip di brani ormai storici, gli aggiornamenti si mescoleranno per bene fino a produrre tante verità e nessuna veramente condivisa. A noialtri che abbiamo sempre sinceramente amato gli LP e il suo frontman tormentato, invece, restano solo una marea di post sui quali continueremo a soffermare lo sguardo per più di qualche secondo, il ricordo di aver assistito a concerti indimenticabili (come il mio ultimo, al Rock In Roma 2015), e più di tutto un profondo senso di amarezza e impotenza. Di quelle che solo la voglia di gridare alla maniera di “Chazy Chaz” può spazzare via.

Scroll To Top