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Les Journées Du Cinéma: Lungometraggi dal Québec

Il terzo e il quarto appuntamento delle Giornate del Cinema Quebecchese – il minifestival che il Centro Culturale Francese di Milano ha proposto per fornire uno scenario della contemporaneità cinematografica del Québec – sono stati votati al lungometraggio, con due titoli di sicuro interesse: “Sur La Trace D’Igor Rizzi” di Noël Mitrani e “Toi” di Francois Delisle.

Cominciamo dal primo.
Igor Rizzi morirà, assassinato. Questo è deciso ed è l’unica traccia rimasta a Jean-Marc Thomas – un ex calciatore di successo che ha perso tutto a causa di un investimento azzardato – per proseguire a vivere. Si sa, il crimine paga e dall’aver vissuto in maniera “criminosa” la celebrità e l’amore – lasciandosi sfuggire Mélanie, la donna della propria vita – al mettersi in affari con un ladruncolo di appartamenti, il passo è breve. Fino addirittura ad improvvisarsi sicario.

È questo lo scenario del film “Sur La Trace D’Igor Rizzi”, diretto e prodotto dal regista classe 1969 Noël Mitrani.
Subito ci si trova immersi in un paesaggio che ha dello spettrale ma che, allo stesso tempo, suggerisce un’atmosfera domestica e paradossalmente tiepida. È l’inverno di Montreal, in cui la neve ricopre ogni cosa e rende tutti gli altri colori incredibilmente intimi agli occhi dello spettatore, a partire dal verde intenso del titolo del film che dialoga – a distanza di una semplice sovrimpressione – col colore di uno dei grossi ponti della città.

Intimo è l’aggettivo che meglio descrive l’anima di questa pellicola, tutta giocata su una debolezza – quella umana – che ha, in fondo, del tenero. Si pensi ad una delle sequenze iniziali in cui il protagonista e il suo compagno di furti penetrano all’interno di un appartamento per poi fuggire, terrorizzati, appena vengono sorpresi da tre bambini altrettanto spaventati. E poi ancora il timore di aver fatto cadere il portafogli all’interno della casa derubata e il ritornare goffamente, sempre col rischio di scivolare sulla neve ghiacciata, sul “luogo del delitto”.

Da questa inquietudine iniziale, fatta di silenzi e di luci soffuse, Jean-Marc tornerà molto lentamente alla luce e alla musica. Non una neve, dunque, che copre – tinte, suoni e… cadaveri – ma un bianco che mette in risalto, che accende. È questione, dopotutto, di far riemergere il passato e di farci così definitivamente pace. E così, sulle note dell’azzeccatissima “Sealed With a Kiss” di Bryan Hyland, il film di Mitrani va a concludersi nel migliore dei modi.

Altro interessante lungometraggio di queste “Giornate Del Cinema Quecchese” è stato “Toi” – ovvero Tu– film del 2007 firmato dal regista Francois Delisle, presente alla proiezione e a completa disposizione delle domande e delle osservazioni del pubblico.
“Toi” è un film che parla della persona, vista prima di tutto come corpo senziente. Non a caso la prima è proprio una sequenza di sesso, che rappresenta il lento e appagante raggiungimento dell’orgasmo di una coppia. Si scoprirà poco dopo che si tratta di Michèle e Thomas: lei sposata con Paul, lui pacifico e accomodante musicista.

Fin da subito, però, il montaggio sincopato – che riprende la grande tradizione godardiana – ci suggerisce che Michèle è un personaggio tutt’altro che a senso unico. La sua è una situazione di perenne insoddisfazione. Nonostante – o forse proprio per questo – sia madre di un bambino di circa otto anni, non evita di trascorrere trasgressive serate in discoteca, fare sesso in luoghi pubblici e abbandonarsi a baci saffici. È chiaro che la vita matrimoniale la imprigiona. Anche quando decide finalmente di lasciare il marito e ad andare vivere da Thomas, la sensazione di sentirsi in gabbia non la lascia libera, trascinando in questo vortice ex-compagno e figlio.
“Toi” convince. Il tormento di Michèle è reso efficacemente grazie al già ricordato jump-cut, ma anche tramite un uso calibrato delle luci e dei campi, che sanno focalizzarsi, di volta in volta, sulle spie psicologiche dei personaggi. Altro protagonista del dizionario registico di Delisle è lo specchio, in cui la persona si ritrova faccia a faccia col proprio stesso tu.
Una nota di merito va poi agli attori, a partire da Anne-Marie Cadieux, il cui corpo nervoso e magrissimo esprime meglio di qualsiasi parola la sofferenza del suo personaggio.

Per quanto riguarda, invece, i lati meno convincenti, si ha a volte la forte sensazione che il regista calchi troppo la mano sulle situazioni più torbide. Il finale, del tutto aperto, ricorda però che il film è tutto incentrato sulla persona, sul corpo e sulle sue passioni, comprese quelle meno confessabili. La narrazione e l’equilibrio, in questi casi, possono quindi passare in secondo piano.

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