Home > Rubriche > Eventi > Les Journées Du Cinéma: “Sogni Dispersi”: un presente dai tanti volti

Les Journées Du Cinéma: “Sogni Dispersi”: un presente dai tanti volti

L’attivissimo Centro Culturale Francese di Milano, in occasione del mese internazionale della francofonia, ritorna anche quest’anno con il meglio del cinema targato Québec. “Sogni Dispersi – Les Journées Du Cinéma Québécois En Italie” è il titolo, infatti, della rassegna partita giovedì 27 marzo a Milano e anticipata, per la prima volta, da una due-giorni alla Casa del Cinema di Roma (18-19 marzo).
Variegata sotto tutti i punti di vista, la manifestazione, diretta artisticamente da Joe Balass, spazia dai cortometraggi ai documentari, fino a una ristretta proposta di lungometraggi – tre, per l’esattezza – con lo scopo di fornire il ritratto di un cinema, quello quebecchese, caratterizzato da una produzione continua, seppure molto poco conosciuta qui da noi.

La serata inaugurale, dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, si è aperta con il poco più che trentenne Patrick Boivin – proprio lui, in carne e ossa – che ha introdotto, senza troppe parole ma con tutta la spontaneità della propria presenza, “La Lettre” e “Phylacter Cola”. Boivin, regista autodidatta, inizia la sua attività artistica a soli 15 anni disegnando fumetti e quest’impronta, a giudicare dal materiale cinematografico proposto per la rassegna, gli è rimasta profondamente dentro.

Soli 6 minuti, quelli di “La Lettre” (2006), ma sufficienti a riassumere la rapida “evoluzione” dell’uomo inteso come genere umano, evoluzione spasmodicamente tesa all’utilizzo proficuo e indiscriminato dei nuovi mezzi di comunicazione elettronici. Ecco allora una scrivania, un pesce metallico in una canonica boccia colma d’acqua, un computer avveniristico e… un uomo – il tutto reso con una forza cromatica pari solo a quella di un film d’animazione. Ma ecco anche l’incapacità di usare una matita e, al contrario, una meccanicità straordinaria nel tamburellare sulle lettere della tastiera. Ironico, divertente e forse proprio per questo non meno poetico. Un po’ come anche i due clip di “Phylacter Cola”, la serie tv già cult, realizzata da un avanguardistico team dell’animazione montrealese e oggi trasmessa in Italia da Bonsai, il canale di Alice Home Tv. Tutta da scoprire, questa serie. E c’è da sperare che se ne parli un po’ di più. Nel frattempo qualcosa lo si può trovare sul sito internet www.phylacterecola.com.

Di tutt’altra atmosfera la seconda e più corposa – ma solo in termini di minuti proiettati – proposta della serata. Trattasi di “Dan Les Ville” (“Dentro Le Città”), lungometraggio del 2006 firmato da Catherine Martin, regista alle prese con la sua seconda prova di fiction dopo un’esperienza di tutto rispetto e di tanti premi, tra cui il AQCC (Association québécoise des critiques de cinéma) del 1998, nella produzione documentaristica.

“Dans Le Ville” è una pellicola che mette lo spettatore davanti al codice binario della vita e della morte, della luce e del buio, con sfumature a cui solamente la fede può dare consistenza. È la storia di una donna, Fanny, che si occupa della cura degli alberi cittadini, e di altri tre personaggi che incontra un po’ per bisogno un po’ fatalità. C’è Josephine, signora anziana e sola che sente la fine dei suoi giorni farsi sempre più prossima. C’è Carole, che Fanny salva da un tentato suicido. E c’è Jean-Luc, non vedente e personaggio chiave del film, che diventa la controparte di una donna – Fanny – che del mondo vede troppo e, per questo, soffre.

Si dice, come insegna la tradizione popolare, che nelle città le stelle del firmamento si vedano poco, rispetto alla campagna, perché la gente è troppo presa dalle preoccupazioni, dai pensieri e non riesce a gettare gli occhi – occhi anche dell’anima – al di là dell’esistenza quotidiana. E “Dentro Le Città”, infatti, dove gli alberi, con la loro vita secolare che oltrepassa la contingenza umana e le loro radici invadenti, sono più un disturbo che una fonte di gioia, le persone si ritrovano spesso a fare i conti con una solitudine e un’insoddisfazione insopportabili.

Il film di Catherine Martin, in fondo è tutto qui. Semplice e forte al tempo stesso come un’opera del migliore Rohmer, che spesso e volentieri ricorda. A parlare sono molto i colori, spenti e autunnali come quelli di una città con poco vento, ma anche lo schermo nero,traduzione in immagine della non-visione di un cieco e del cielo scuro e senza stelle che ossessiona la protagonista.
Come rivedere le stelle, allora? Forse, proprio con l’amore di un non vedente, straordinariamente interpretato da Robert Lepage. Ma forse anche grazie all’arte. Non è un caso che Fanny, in alcune sequenze del film, legga dei passaggi – i più significativi, come l’ingresso agli inferi – della “Commedia” dantesca. Le stelle, così come per ogni cantica, sono l’agognata meta: una visione luminosa e pura che dia senso profondo alla vita.

Scroll To Top