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Less is more

«Dicono che si può sopravvivere a tutto, non so se sia vero»: Johan, il protagonista di “Stockholm Östra“, è ossessionato dal senso di colpa per aver causato involontariamente in un incidente stradale la morte della piccola Tove. Anna, la madre della bambina, non riesce più a riconoscere la propria identità di donna dopo la perdita della figlia.
“Stockholm Östra”, una storia d’amore piena di speranza malgrado la forte drammaticità della sceneggiartura scritta da Pernilla Oljelund, ha aperto il primo settembre la 26esima Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia.
Abbiamo incontrato l’attore protagonista Mikael Persbrandt e il regista Simon Kaijser da Silva.

Mikael Persbrandt

Qual è stato il tuo approccio d’attore al personaggio?
Il mio motto, maturato con l’esperienza teatrale e cinematografica, è “less is more”. Non penso che sia necessario caricare l’interpretazione di grida, pianti ed emozioni troppo calcate.
Prepararsi e pensare troppo può essere negativo, preferisco che le cose accadano con naturalezza davanti alla macchina da presa. Ho cercato di affrontare “Stockholm Östra” con un approccio essenziale.

Che relazione hai stabilito con la storia del film, sotto molti aspetti difficile e controversa, specialmente per quanto riguarda le azioni e le scelte del tuo personaggio?
La storia può probabilmente apparire controversa e suscitare giudizi contrastanti, tuttavia io sono un attore di teatro, sono abituato a confrontarmi con testi oscuri e pieni di ombre. Mi piacciono molto.
La recitazione è qualcosa che ha poco a che fare con la macchina da presa e molto di più con ciò che accade tra gli esseri umani, in positivo e in negativo.

Eri nel cast del film premio Oscar di Susanne Bier “In a Better World”: è cambiato qualcosa per te e la tua carriera?
Non molto. Aumentano certamente le occasioni ma per me resta fondamentale incontrare registi che sappiano far bene il proprio mestiere. E poi il lavoro è un po’ come l’amore: ti viene incontro quando non lo cerchi.

Sarai nel cast di “The Hobbit”: puoi raccontarci qualcosa?
Sono un grande appassionato di Tolkien. In “The Hobbit” interpreto il muta-forma Beorn. Non posso dire troppo ma c’è stato ovviamente un notevole contributo degli effetti speciali per costruire l’aspetto del mio personaggio: sarò spettacolare sullo schermo.
[PAGEBREAK] Simon Kaijser da Silva

Partiamo dall’aspetto visivo del film e dai colori così vividi, in particolare il rosso, che caratterizzano la fotografia.
Il mio non è certo il primo film che parla della morte e dell’elaborazione del lutto, perciò ho lavorato molto sull’aspetto estetico, volevo che apparisse visivamente interessante. Per quanto riguarda le scenografie, preferisco un decòr vecchio stile, molto curato.
Il rosso è effettivamente importante nella storia, è il colore del sangue ma anche quello dell’amore: la storia d’amore tra i due protagonisti nasce proprio come conseguenza di una morte e il rosso si nota di più nei momenti in cui sono insieme.
Il rosso è anche il colore della bambina, è molto presente nei colori caldi della sua stanzetta. In generale, volevo che tutto il film suggerisse una sensazione di calore, attraverso il rosso appunto, ma anche il giallo e particolari tonalità di verde.

Il film sembra suggerire una visione molto romantica dell’esistenza nella quale l’amore è l’unica via verso la libertà. Qual è la tua idea dell’amore?
Sono allo stesso tempo romantico e cinico: non credo nell’amore senza fine perché ogni rapporto col passare del tempo si incrina, spesso a causa di bugie e segreti, come vediamo nel film.
Tuttavia penso che l’amore, anche se può rivelarsi distruttivo, abbia capacità curative sulle persone e soprattutto penso che permetta di abbracciare i cambiamenti perché è imprevedibile e può avere forme e origini diverse. Non credo che esista una vita dopo la morte, abbiamo solo le nostre vite e l’amore può avere su di esse un grande impatto.

Come hai scelto gli attori e come hai lavorato con loro per condurli a esprimere le emozioni dei propri personaggi?
Non credo che il lavoro degli attori debba essere basato sull’espressione e io stesso mi definisco un regista impressionista piuttosto che espressionista: quando stiamo male tendiamo a non esprimere ciò che proviamo, ho una visione della recitazione che rifiuta i toni alti, preferisco la naturalezza e come regista non faccio molti primi piani, li uso solo quando hanno davvero un significato.
In Scandinavia abbiamo del resto una grande tradizione drammatica, letteraria e teatrale, che privilegia la chiusura e i toni più oscuri.
Una buona percentuale del lavoro di regista, dal mio punto di vista, risiede proprio nella scelta degli attori: per “Stockholm Östra” ho voluto che i miei interpreti apparissero sotto una luce diversa da quella a cui il pubblico è abituato. Mikael Persbrandt, ad esempio, che è anche un bravissimo attore di teatro, in Svezia è noto come protagonista di film d’azione mentre qui affronta un personaggio differente, molto vulnerabile.

Pensi che la tua lunga attività come regista televisivo abbia influito sul modo in cui hai affrontato il film?
Credo che sia l’opposto e che il mio stile di regia per la tv sia sempre stato piuttosto cinematografico. Per me girare una miniserie significa semplicemente girare un film diviso in tre parti. Dall’esperienza televisiva ho imparato tanto, è stata la mia scuola di cinema.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho molte idee, prossimamente dovrei iniziare a girare un thriller soprannaturale scritto da me.

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