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Levante: prendendo appunti… di Vita.

Levante – all’anagrafe Claudia Lagona, classe 1987 – è una giovane promessa della musica leggera italiana.

La cantautrice di origine catanese (ma torinese d’adozione) ha alle spalle un anno pieno di meraviglie: schizzata in cima alle classifiche l’estate scorsa con l’orecchiabile “Alfonso“, ha aperto i concerti di Max Gazzé, partecipato alle selezioni di Sanremo ed è stata scelta da un celebre brand (Onitsuka Tiger n.d.r) per la sua recente campagna pubblicitaria.

Ma non è tutto.

Nel frattempo, è uscito il suo primo disco, “Manuale Distruzione“, dove oltre alla celebre “Alfonso“, ci sono gli altri singoli “Memo” e “Sbadiglio“.

La incontriamo a Trescore Balneario, nel backstage del Bum Bum Festival, appuntamento irrinunciabile delle estati bergamasche.

Ecco quello che ci siamo dette.

Ciao Levante, o meglio Claudia, è un vero piacere conoscerti! Hai alle spalle mesi veramente intensi: suonare con Max Gazzé, il tentativo di Sanremo, la pubblicità per Onitsuka Tiger e… potrei continuare ancora per molto. Come ti senti oggi, alla luce di un anno così proficuo?

Ciao Laura, il piacere è tutto mio! Caspita, cosa mi stai ricordando! (ride, n.d.r.) E’ stato un anno molto bello, intenso, pieno di moltissime cose… così tante cose, che davvero fatico a realizzare sia passato soltanto un anno! E’ stata una crescita in verticale, inaspettata, perché credimi, per quanto io ci abbia sperato una vita, non credevo mi potesse capitare tutto questo. Sai, non riesco a spiegarmelo bene nemmeno io, sono quelle cose che vivi, senza porti troppe domande… io poi sono una stacanovista, sono sempre in movimento, non mi fermo mai, quindi in questi mesi ho fatto tante cose. Che dire? “Alfonso” e il disco sono andati alla grande, siamo stati persino in classifica FIMI…l’esperienza con Max (Gazzè, n.d.r.), poi Fiorello, i Negramaro, la pubblicità con Tiger, che quasi scordavo, dal tanto che sono emozionata nel rammentare tutto questo… insomma, un anno proprio alla grande!

E qual è stata – se c’è stata –  l’esperienza migliore di questi mesi trascorsi sotto le luci della ribalta?

Beh, sicuramente l’esperienza con Max Gazzè è stata molto bella, lui poi è tenerissimo! A parte questo direi aver suonato all’Arena di Verona (in apertura ai Negramaro, lo scorso 13 luglio, n.d.r). Non so, sarà la conformazione stessa della struttura, ma pare proprio costruita per amplificare al massimo ogni suono e rumore… e credimi, quando è partito l’applauso, c’è stata letteralmente un’esplosione, un boato fragorosissimo. In quel preciso istante, mi sentivo morire, ma anche sulla vetta del mondo!  (ride, n.d.r) Devo ringraziare “quei cinque ragazzi”, i Negramaro, che hanno creduto in me e mi hanno dato questa possibilità stupenda.

Possibilità meritatissima, perché sei una delle voci più interessanti in circolazione. E puntare su di te, è quasi doveroso. Anche nei tuoi testi, all’apparenza spensierati – penso ad “Alfonso”, che credo conoscano tutti, ormai – si cela sempre un messaggio molto forte. E’ bello il tuo modo di porti, di imprimere ciò che sei, fra le righe.

Oh, ti ringrazio per questi bellissimi complimenti, mi fa molto piacere! Sì i miei testi vanno “sentiti”, credo così se ne capisca il senso, che può sfuggire col normale ascolto. E’ quello che mi piacerebbe cogliessero tutti.

Parlando d’altro, com’è nato il tuo rapporto con la Musica?

E’ nato da piccolissima, ad esempio, a quattro anni ricordo che inventavo canzoncine per i parenti… mi è sempre piaciuto cantare; mentre l’esperienza più forte, quella che mi ha avvicinato alla scrittura, è stata certamente la morte di mio padre. La musica è sempre stata la mia terapia, la mia psicologa; da lì, pian piano, mi sono avvicinata alla chitarra, ho iniziato a comporre, è stata un’esigenza mia, quasi fisiologica, il poter musicare, rendere musica quello che sentivo e vivevo. E’ stato così fino a 19 anni, quando ho avuto il mio primo contratto e il resto della storia credo lo sappiate (sorride, n.d.r).

Se tu dovessi definire con un colore le tue note, quale sceglieresti?

Il bianco.

Come mai questa scelta? Per la purezza? La luce?

Il Bianco è il non colore di tutti i colori. Considerando che io non sento di appartenere ad uno stile specifico, mi sento in grado di contenere molteplici sfumature e colori. Questa perlomeno è la passione che ho io nei confronti della musica, il bianco che chiama a sé tutti i colori.

Secondo me l’errore che molti fanno – non solo nel tuo caso – è il cercare di incasellare un artista sotto una precisa etichetta, un po’ per rassicurazione, forse.

Sì, esatto è una sorta di rassicurazione dire “Ma sì, assomiglia a X… ok, mettiamola lì.”

A te invece che tipo di musica piace ascoltare? Ho letto che ti piacciono anche i Verdena.

Io sono cresciuta, inizialmente, con le “grandi donne”, sono stata fan di Carmen Consoli, poi l’ho abbandonata crescendo, perché sentivo di appartenerle troppo. Ho ascoltato Elisa, soprattutto da ragazzina, poi Tori Amos, Alanis Morisette… Sono giunta alla parentesi, diciamo sperimentale/alternativa (ride, n.d.r.) che dura tuttora, con Verdena, Afterhours, La Crus, Meg.

Come nasce invece una tua canzone?

Nasce da un sentimento. Non è per forza necessariamente mio, può essere un’esperienza altrui che si riflette su di me. Nasce comunque prima la musica, per il mio bisogno di avere una base melodica, su cui poi mi diverto a piazzare delle parole in un inglese maccheronico, a volte inventate, per sentire un po’ come suona e secondariamente arriva il testo.

Cosa c’è dietro a “Manuale Distruzione” e alla sua scaletta?

Il motivo principale dietro alla costruzione della scaletta di “Manuale Distruzione”  credo dipenda dalla dinamica dei brani. Ho cercato di alternare la componente melodica, a quella più rock, per dare ritmo al lavoro e per non annoiare; mentre il disco nasce come una raccolta delle mie esperienze in questi anni di musica. “Manuale Distruzione” parla della crescita. Ci sono brani che ho scritto tantissimo tempo fa, come ad esempio “Come Quando Fuori Piove”, quando l’ho composta non pensavo minimamente sarebbe finita all’interno di un album. Pensa, risale al 2009. Per il resto, “Manuale Distruzione” è una sorta di percorso, musicale e personale, in cui racconto storie d’amore, di perdita. Diciamo che è la mia vita, ma credo non si discosti molto dalle esperienze degli altri; tratto di storie comuni.

E invece cosa mi dici a proposito della copertina del disco? Hai scelto di “metterci la faccia” e questo è un gesto coraggioso.

Sì, ho scelto proprio di metterci la faccia! (ride, n.d.r.) Quella copertina ha un significato molto forte per me: indosso l’abito da sposa di mia madre e appoggio la schiena a uno dei muri della stanza dov’è mancato mio padre. Per me quello è un po’ l’inizio e la fine. In “Manuale Distruzione” cerco di raccontare questo, il mio crescere sulle macerie, che sono state la morte di mio padre.

Come ti vedi all’interno del panorama musicale italiano in quanto donna?

C’è da dire che le donne nel panorama musicale italiano sono in minoranza, quelle che scrivono, ossia che hanno scelto la strada del cantautorato, come me ancora molte di meno. Ma non va molto meglio anche agli uomini, eh! Per questo, non mi sento in nessun modo discriminata o messa in un angolo. Di certo ho sgomitato per essere dove sono, nessuno mi ha regalato nulla, ma non ho vissuto discriminazioni di nessun tipo e non credo a queste cose.

In quale direzione ti muoverai in futuro? Dove pensi che ti porterà il tuo processo creativo?

Mah, non lo so. Diciamo che il posto sto adesso, mi piace molto: ho costruito una piccola capannina, ho messo un altro mattoncino nel mio percorso. Quindi per adesso al futuro non penso molto, mi godo il presente. Poi vedremo. Ho già scritto tutto il secondo disco, ma di questo ne parleremo più avanti.

Ti faccio un’ultimissima domanda, c’è qualche artista italiano o straniero con cui ti piacerebbe collaborare?

In Italia mi piace moltissimo Cesare Cremonini, mentre all’estero mi piacerebbe lavorare con Feist.

Fra l’altro Feist ha collaborato anche, fra i tanti, con i Kings Of Convenience qualche tempo fa. Loro ti piacciono?

Oh sì, moltissimo. Pensa che adesso Erlend Øye vive in Italia. In Sicilia!

Sì, a Siracusa, se non sbaglio. Beh e se ti chiedesse una collaborazione?

Ah, sarei felicissima! (ride, n.d.r.)

Levante se ne va dispensando sorrisi e saluti cordiali a chiunque incontri.

E’ il sorriso la peculiarità di questa cantautrice, un sorriso che ha deciso di vestire, nonostante tutto. Nonostante il lutto, nonostante le perdite che la vita le ha riservato.

Con coraggio e con forza.

Claudia – perdonatemi se insisto a chiamarla così – è una donna che non ha avuto paura di sedersi e di narrarci le sue storie, ma soprattutto ha saputo riprendere in mano la sua vita, spalancando le porte al Sole.

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