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Il film che chiude il concorso di Cannes 2014 è quanto di più inaspettato potesse arrivare in questo momento storico dalla Russia putiniana. Complimenti ai selezionatori per la scelta coraggiosa, a suggello di una selezione semplicemente fantastica. Andrej Zvyagintsev torna sotto i riflettori dopo il Leone di circa dieci anni fa a Venezia con “Il ritorno”, e lo fa scrivendo e dirigendo un’opera che si rinchiude difficilmente in steccati e barriere. “Leviathan” è una commedia? È un gangster movie? È un film di denuncia? Forse è un po’ di tutto questo messo insieme.

Imprenditori aggressivi, speculazioni edilizie, un complicato triangolo amoroso, un ragazzino disorientato al centro di questa bailamme di eventi e tanta, tanta vodka, fiumi di vodka. Bevono tutti, uomini, donne, in qualunque occasione, a qualunque ora del giorno e della notte. Quindi c’è anche un tocco di satira, mai come questa volta antinazionalista.

Si ride ogni tanto, non quanto il regista vorrebbe, si stenta a entrare nella vicenda e ad interessarsi dei personaggi. Ma quella palla di demolizione finale, che richiama quella felliniana di “Prova d’orchestra“, è un durissimo atto d’accusa alla Russia dei nuovi oligarchi, violenti, ricchissimi, ma inevitabilmente ridicoli.

La prima ora è soporifera, noiosa, inconsistente. Non ce ne frega assolutamente nulla dei personaggi in scena. Si sciorinano leggi, dinamiche processuali, cavilli burocratici. Poi qualcosa arriva, si capisce cosa il regista ci vuole dire. Ed è un incredibile atto di coraggio, sotto il governo di Vladimir Putin.

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