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We’ve just begun

Quarto disco dei Liars, quarta sorpresa. E in effetti la cosa inizia a essere prevedibile: visto che in un lustro o poco più la band è riuscita a sbaragliare ogni definizione di neo-qualcosa o di post-qualcos’altro, e visto che non ha ancora mostrato segni di stasi o alcuna intenzione di cavalcare le incessanti ondate del revival alternativo, risulterebbe sorprendente soltanto se facesse un disco banale. Ma ancora una volta, banalmente, fa un disco imprevedibile. I concettualismi degli ultimi due lavori sono qui superati in favore di una maggiore immediatezza e di una apparente facilità di fruizione; apparente, perché non vi sono certo delle velleità commerciali, sono piuttosto mutate le modalità con cui i tre comunicano una medesima urgenza: se con “They Were Wrong, So We Drowned” e “Drum’s Not Dead” puntavano ad avvolgere l’ascoltatore all’interno di esperienze ipnotiche, con il nuovo album muovono un attacco multidirezionale, alternando feroci schegge heavy, brani dalle melodie quasi pop, dissonanze dosate con maestria e aperture elettroniche molto personali; ci sono tutti i soliti elementi, insomma, ma gestiti con una maturità accresciuta e impacchettati in modo decisamente efficace. I Liars sono cambiati, ma sono sempre loro stessi: questa volta avvertiamo la presenza degli Oneida negli angoli bui, dei Velvet Underground nel corridoio, dei Joy Division sotto il tappeto, dei Sonic Youth in cantina; sebbene siano nascosti alla vista ne percepiamo il respiro, sappiamo che sono da qualche parte, e ci rallegriamo del fatto che per una volta qualcuno ritenga di cattivo gusto allinearli in salotto come cani di ceramica. Queste caratteristiche potrebbero connotare il disco definitivo e imprescindibile di una carriera, ma per quanto riguarda i Liars non è così: forse perché “Drum’s not dead”, nonostante tutto, riusciva a trasmettere un flusso emotivo che in questo album è compromesso da una varietà persino spiazzante; o forse perché il loro vero capolavoro deve ancora essere scritto.

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