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Libero Wi-Fi in libero Stato

Tutti i media non fanno che parlare di questo: Maroni ha promesso che l’art. 7 del decreto Pisanu (art. 7 del D.L. 27 luglio 2005 n. 144) non verrà più rinnovato il prossimo 31 dicembre!

Ma vediamo meglio di che si tratta.
Secondo questa normativa, chiunque gestisca un internet point o un locale commerciale di qualsiasi specie e voglia offrire agli avventori o ai soci la possibilità di navigare in rete deve soggiacere ad una serie di obblighi assai restrittivi. Il primo di questi è la necessità di ottenere una licenza della Questura. Egli deve inoltre identificare tutti i “navigatori” tramite documento d’identità, tenendo un registro dei siti visitati dagli stessi.
Il gestore ha poi l’onere di adottare le misure necessarie ad impedire l’accesso agli apparecchi a persone che non siano previamente individuate e assicurare il corretto trattamento dei dati personali di quanti sono segnati nel registro.

Questa normativa, varata nel 2005 dopo gli attentati di Londra e Madrid, trovava la sua giustificazione nell’ambito della lotta al terrorismo. Ma, a cinque anni dalla sua nascita, essa non ha mai portato a stanare eventuali cospiratori, dimostrandosi del tutto ininfluente nella lotta al crimine, tanto da apparire priva di alcuna utilità sostanziale.

Dall’altro lato, la norma, imponendo quintali di carte e di responsabilità, ha di fatto impedito la diffusione del wi-fi, libero da sistemi di protezione, nei centri commerciali, nelle università, nelle biblioteche, in generale in tutti i luoghi pubblici. L’Italia è stata così relegata ad una condizione terzomondista. Il nostro Stato, infatti, a ben vedere, è l’unico tra i Paesi democratici ad applicare una regolamentazione così restrittiva, tanto che neppure gli Stati Uniti, nell’Usa Patriot Act, sono così rigidi.

Maroni dunque si è impegnato a non rinnovare l’art. 7.
Ma questo non cambierà la sostanza delle cose. Infatti (come spiega Guido Scorza nel suo blog), il Ministro dimentica che l’unico comma che andrebbe prorogato di anno in anno è solo il primo: quello che obbliga gli internet point a chiedere l’autorizzazione in questura. Gli altri punti della legge, quelli che parlano di identificazione, sono a tempo indeterminato. E per essere cancellati non necessitano solo di una “mancata rinnovazione”, bensì di una abrogazione esplicita!
Quindi, se ci si limiterà a non rinnovare l’art. 7 (come promette Maroni), l’unico effetto sarà il venir meno della autorizzazione, ma permarrà l’obbligo di identificare gli internauti e di tenere il registro dei siti. Improponibile!

La liberalizzazione del wi-fi, dunque, è ancora lontana.
Così, i parlamentari Linda Lanzillotta, Paolo Gentiloni e Luca Barbareschi hanno recentemente presentato una proposta di abrogazione dell’art. 7.
L’on. Cassinelli invece è a favore di un semplice restyling: secondo l’esponente del Pdl, una soluzione intermedia, una identificazione con modalità più rapide o solo quando le circostanze lo rendano necessario, sarebbe più appropriata. Sulla stessa linea sono le parole del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, il quale ha dichiarato che il libero accesso alle postazioni wi-fi ed agli internet point porterebbe a “ridurre moltissimo la possibilità di individuare tutti coloro che commettono reati attraverso internet. Bisogna rendersi conto – ha precisato il procuratore – che dietro queste reti wi-fi e internet point ci si può nascondere benissimo nella massa degli utenti non più identificabili e si possono trovare anche terroristi, pedofili e mafiosi”.

Valutazioni del tutto errate.
In un memorabile articolo, Alessandro Bottoni paragonava la necessità dell’identificazione dell’internauta al braccialetto elettronico messo al polso dei detenuti. È impensabile pretendere di schedare ogni utente che accede ad internet, anche se incensurato, al solo scopo di supplire alle incapacità della polizia. Difatti, l’identificazione del netizen al momento dell’ingresso su internet “è l’equivalente in rete del braccialetto elettronico nella vita fisica: permette di tracciare l’utente in ogni istante della sua navigazione, sapendo con precisione cosa fa, dove va e chi incontra“. Si tratta di una misura degna del peggior Stato di polizia.

Peraltro, i sistemi per identificare l’internauta, anche senza le misure imposte dal decreto Pisanu, esistono e sono noti a tutti. Ciascun computer o cellulare che si connette ad internet riceve, in quel momento stesso, un indirizzo IP, una sorta di targa attraverso la quale è sempre rintracciabile ed identificabile. Per questa ragione, non v’è necessità di identificarlo prima, poiché lo si potrà fare successivamente, sempre che sia necessario.

Inoltre, è impensabile di imporre ai gestori di internet point dei controlli che invece sarebbero tenuti a fare le autorità investigative.
Peraltro, i veri criminali digitali scavalcano con estrema facilità i controlli del decreto Pisanu. Come?

Offrendo, per esempio, al gestore dell’esercizio, dei documenti falsi. O ancora chiedendogli, per una cifra irrisoria, di essere registrati con una carta di identità di un precedente cliente.

Inoltre, sono circa 30 milioni, in Italia, i PC dati in dotazione a strutture pubbliche e private (per esempio, Inps, parrocchie, società) che si trovano di fatto senza serie protezioni. Chiunque abbia un minimo di praticità coi computer può sfruttare le loro connessioni.

Inoltre, molti privati utilizzano la propria rete wi-fi domestica senza preoccuparsi di proteggerla con password. In questo momento, il mio pc rileva la presenza di ben otto reti di condomini, tre delle quali sono sprotette, altre due protette dalla password “123456″; un’ultima è protetta da una password che ha un nome identico a quello della rete (“Aliceadsl” per esempio”).

Infine, si potrebbe scavallare l’obbligo di registrazione facendo un salto all’estero. Il vero “malintenzionato” non avrà problemi a collegarsi in Svizzera o in Francia per aggirare il problema del controllo. Lo fanno gli automobilisti con la benzina che, all’estero, costa di meno. Figuriamoci se i terroristi non sono altrettanto informati.

A che serve allora l’art. 7 del Decreto Pisanu?
Non vogliamo pensare che sia stato imposto dall’industria dei contenuti per snidare e dissuadere la pirateria informatica. Mi convince molto di più l’idea che la nostra classe politica è sostanzialmente ignorante e mal informata, e soprattutto usa dei bazooka per uccidere delle mosche al solo scopo di pulirsi la coscienza. Tanto, il fatto che il nostro Paese sia in forte ritardo in materia di connettività non interessa a nessuno o, almeno, a quelli che hanno la possibilità di utilizzare un portatile ed una rete pagatagli dallo Stato.

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