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L’eredità del fenomeno Hunger Games

Tre anni, quattro film, più di due miliardi di dollari di incasso solo nel passaggio in sala: il mondo del cinema corre sempre più velocemente, perciò si può ben dire che dopo questi tre anni si chiude un’era, l’era degli “Hunger Games” — qui la recensione di “Il Canto della Rivolta – Parte 2“, ultimo capitolo della serie tratta dai romanzi di Suzanne Collins dal 19 novembre al cinema.

Cosa è cambiato dal 2012 ad oggi? Moltissimo. Innanzitutto il successo della trasposizione di “Hunger Games”, dopo un paio di tentativi più timidi, ha definitivamente sdoganato l’arrivo della letteratura young adult al cinema.

Non stiamo parlando solo delle saghe distopiche in tre capitoli (“Divergent“, che è l’evidente sorellina meno dotata, ma anche “Maze Runner” e i tentativi più o meno naufragati di “The Giver” e “Ender’s Game“), ma anche di tutto un filone che ormai si espanso in ogni direzione.

John Green era forse l’autore di young adult più celebrato, ma i diritti cinematografici dei suoi libri sono rimasti indefinitamente bloccati, in attesa che le frecce di Katniss andassero a segno. Forse è un azzardo, ma mi sento di dire che senza la rivoluzione di Panem al botteghino, non avremmo oggi i numerosi adolescenti malati di cancro ad emozionarci in sala, da “Me, Earl and the Dying Girl” fino a “Colpa delle Stelle“, che incidentalmente è anche un gran bel film di suo.

“Hunger Games” un Oscar l’ha portato a casa, seppur indirettamente. Anche se l’Academy l’aveva già notata in “Winter’s Bone”, è indubbio che la notorietà planetaria di Jennifer Lawrence, dovuta principalmente al ruolo di Katniss, abbia contribuito all’innamoramento collettivo sfociato nella statuetta di “Il Lato Positivo – Silver Linings Playbook“.

Non solo, con il suo casting perfettamente bilanciato e non esente da derive glamour (ma di qualità), i due capitoli di “Il Canto della Rivolta” hanno reso la saga un’ottima occasione per portare su suolo americano molte promettenti giovani star inglesi pescate dal mondo della tv e del cinema europeo (vedi Natalie Dormer).

Sui romanzi generazionali al di fuori della propria decade sarebbe prudente non esprimersi, ma Katniss è stata d’importanza fondamentale non solo per gli adolescenti che si sono riconosciuti in lei e hanno tratto dalla sua storia un simbolo (le tre dita levate al cielo) e tanti insegnamenti, ma anche per l’ambiente degli studios.

Prima di “Hunger Games” il falso mito della pericolosità di film con protagoniste femminili non aveva freschi esempi che ne smentissero la veridicità. Universal e i vari produttori e distributori hanno provato che non solo un “film femminile” può funzionare al botteghino rivolgendosi al suo pubblico di riferimento, ma che può anche essere un successo mondiale perché il pubblico di una storia declinata al femminile può e deve essere composto da entrambe le metà del cielo.

Anche nel 2015 la politica rosa di Universal ha consentito di portare a casa bilanci più che lusinghieri, senza nemmeno attendere le grandi pellicole dell’autunno. Ci sarebbe stato “Pitch Perfect” senza “Hunger Games”? Probabilmente sì, ma il successo di questa doppietta prova quanto i restanti generi siano inariditi da cast e storie continuamente incentrate su protagonisti maschili, quante potenzialità si nascondano dietro la paura del pericolo rosa.

Sono tantissime le eredità che ci lascia la saga di “Hunger Games”. Nonostante venga denigrata a livello qualitativo (soprattutto da chi è invece pronto a soprassedere sulle debolezze dei propri film generazionali), ci sarebbero un paio di lezioni di umiltà e saggezza in fase di adattamento che tanti, più blasonati colleghi adulti farebbero bene ad imparare. Sotto l’etichetta di film per ragazzi infatti, questo incredibile sforzo produttivo ha portato una vera e propria rivoluzione nel mondo cinematografico americano contemporaneo.

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