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Licenza di risorgere (con gli acciacchi)

Uno degli aspetti più interessanti del cinema americano degli ultimi anni sta nella riscrittura dei supereroi e più in generale delle figure mitico-pop dell’immaginario novecentesco. Dopo gli Spiderman, i Batman e i Superman è la volta di 007, alias James Bond, ricostruito secondo una canonica scansione ternaria (anche se passando per mani diverse, qui) che vede nel primo capitolo la rifondazione del mito attraverso un aspetto inusuale, consolidarlo nel secondo per poi raccontarne la “crisi” nell’ultimo. Certo, nel caso di Bond non è detto che finisca qua, ma vale comunque il discorso.

Skyfall“, in particolare, seppure rispetto agli altri due si avvicini molto più alla mitologia bondiana, e non ultimo alla chincagliera bellica di Q (Aston Martin con sedili eiettabili compresa) fino a una serie infinita di omaggi sparsi tra i dialoghi, le sequenze e ambientazioni, ci presenta un Bond acciaccato e stanco, la migliore spia di Sua Maestà che fatica pure a superare i test, un personaggio che, quasi letteralmente, deve morire e resuscitare prima di tornare in azione.

Niente di nuovo dal punto di vista narrativo, ma non è mai stato questo il problema dei film su 007, dove le trame non sono altro che mcguffin intorno a cui avvitare le evoluzioni del nostro. Sam Mendes, anziché ribellarsi, spinge ancor più il pedale interessandosi al mito di Bond più che al plot, accennando al contempo, nello splendido finale isolato, a una origin story che potrebbe aprire le porte ai prossimi episodi. Ma è sull’inquadratura e la gestione delle sequenze che Mendes mostra i muscoli, servendosi delle pennellate di luce di Roger Deakins: riducendo al minimo l’inverosimiglianza action (motivata dal fisico minato di Bond, ma anche al clima meno patinato dell’era Craig) consegna uno dei migliori film della serie e forse il migliore della nuova trilogia, umanizzando i personaggi, specie quelli di contorno, grazie anche alle interpretazioni di Ralph Fiennes e Judi Dench (M è la chiave di volta di “Skyfall”) e soprattutto offrendo a Javier Bardem l’ennesima occasione di mostrare la sua indiscussa bravura nel modellare dei villain insieme mostruosi e convincenti.

L’ultima nota è da riservarsi necessariamente i meravigliosi titoli di testa, accompagnati dalla canzone di Adele, una sequenza onirico-narrativa creata da Daniel Kleinman che da soli varrebbero l’intero prezzo del biglietto.

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