Home > Recensioni > Lingua: The Smell Of A Life That Could Have Been
  • Lingua: The Smell Of A Life That Could Have Been

    Lingua

    Data di uscita: 14-06-2006

    Loudvision:
    Lettori:

Attendendo “10.000 Days”…

Dopo anni di demo, gli svedesi Lingua arrivano al meritato debutto sotto Mascot. Questo gruppo merita attenzione, specie da quanti di voi stanno attendendo spasmodicamente l’uscita di “10.000 Days”. Può servire per ingannare il tempo e scoprire un nuovo gruppo di talento. Il riferimento vale soprattutto per i loro inizi, che li vedevano molto vicini ai Tool di “Aenima”, ma oggi sono molto di più. I Lingua catturano con la melodia, creano una pesantezza ed un volume sonoro atmosferico come gli Anathema di “Judgement”, hanno una perfezione e sicurezza tecnica invidiabili, e un singer dal timbro molto deciso, eppure perfettamente in grado di conferire delicatezza, distensione, rabbia, aggressione, proprio come il multiforme cantato di Maynard, ma con una personalissima esecuzione.
Un riff evocativo apre “May Crayons Guide The Sheep” con l’intrecciarsi di voci à la Tom Yorke ed effetti che generano un rotatorio rincorrersi, dall’impatto emotivo immediato; pesante e profondo il chorus, dove chitarre gonfie d’atmosfera creano l’ideale abisso per il levarsi della voce di Thomas, e conducono quindi al finale energico. Le linee vocali di “You Wonder Why You Still Wonder Why” profondono ondate d’emozione che fanno vibrare l’ascoltatore; lo stile chitarristico è fenomenale, semplice e comunicativo delle più dense, armoniche sensazioni. Carismatico anche l’incipit di “Out Of Faces”, delicato nella voce che raggiunge vette evocative conosciute solo con i Dredg; mentre il corale ritornello avvolge e trascina dentro un vortice prima intenso, poi cadenzato e caratterizzato da rimandi vocali tra main e backing vocals che, infine, si riabbracciano nuovamente. “Control Yourself” mostra la capacità aggressiva del quartetto, con cantato incisivo, un quasi screaming che non dimentica mai di divenire melodico e sostenuto con tipica maestria di un vocalist smaliziato; nondimeno il brano alterna momenti d’ispirati arpeggi con riverberi particolari, animati d’un basso viv(id)o e da un’interpretazione vocale espressiva.[PAGEBREAK]Notevole la sezione chitarristica che dopo il secondo ritornello apre una parentesi di classe pura pregna d’atmosfera. “Constant State Of Puttra” intervalla un intimistico ed animoso incedere che lascia ampio spazio di creatività alle liriche, qui come non mai vicine al Tool-style senza mai scadere nel plagio. Ritmo sotterraneo, tensioni sottese che sfociano in un chorus compatto e poderoso. L’apparentemente dimessa “Aftermath” rivela invece un groove irresistibile, un gusto per la melodia disinvolto e classico, che richiama alla mente le idee sentite dei classici grunge e rock di Seattle; nondimeno comprese le backing vocals urlate che Chris Cornell era solito inserire nei suoi Soundgarden. “No Footing” propone ancora l’alternanza tra il lato più aspro e quello maggiormente melodico ed intenso, quasi psichedelico. Infine, “I Have No Human Me” e “Transparent Barriers” chiudono al massimo delle potenzialità questo disco prezioso, con atmosfere sempre più dense, energia che deborda da ogni riff in classe ed eleganza mirabili, controllo della voce e dell’intensità dell’interpretazione davvero spettacolare, melodiosità fusa nel vorticoso incedere.
Ottimo progetto musicale, nato da forte sensibilità, in parte amareggiata e disincantata, sorprendentemente espressiva e sentita. Un debutto eccezionale, un ‘must’ per ogni amante di musica in senso lato, una pietra miliare nell’alternative/experimental metal, assolutamente vivido nell’interpretazione, elegante e tecnicamente ineccepibile. Monolitici, mozzafiato, densi ed incredibilmente spirituali con ambience atmosferica a fare da sfondo alle chitarre dal vago gusto Seventies. Da avere, ad ogni costo.

Scroll To Top