Home > Recensioni > Little Atlas: Wanderlust
  • Little Atlas: Wanderlust

    Little Atlas

    Loudvision:
    Lettori:

Viene dagli Usa il prog del 2000

Il prog è uno di quei generi dove il rischio di risultare calligrafici e riproporre cose già fatte da altri in passato e più alto. Non basta avere un’ottima capacità di scrivere melodie emozionanti e accattivanti, e tanto meno la perizia tecnica (che a volte diventa zavorra). Serve tenere a mente la lezione dei maestri del genere mischiando influenze e gusto personale. I Little Atlas in questo senso hanno le carte in regola. I consensi non sono mancati sin dal debutto con “Neverwordly” (1989), ma con “Wanderlust”, quarta prova in studio, raggiungono il loro apice. Gli elementi canonici ci sono tutti, ma usati con parsimonia e intelligenza: i cambi di ritmo e i momenti strumentali, per quanto numerosi, non sono mai fini a se stessi. Sette brani per quasi un’ora di musica che scivola via senza annoiare. La partenza è subito da ko: “The Ballad Of Eddie Wanderlust” passa attraverso atmosfere diverse con la stessa leggerezza di una piuma sballottata dal vento: è la chitarra di Roy Strattman a guidare, prima con riff pesanti che vanno a braccetto con il lavoro alle tastiere di Steve Katsikas (anche cantante del gruppo), poi con un arpeggio delicato e avvolgente (molto vicino alla “Cinema Show” di genesisiana memoria) per aprirsi in un assolo sognante come solo i più grandi di questo genere riescono a fare. Ma proseguendo ci sono anche i Beatles che fanno capolino in “On And On”, e “Home” che inizia sotto forma di filastrocca inquietante per poi rasserenarsi e aprirsi melodicamente. Interessante la traccia video con “On And On” in una versione registrata dal vivo.

Scroll To Top