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Live in Piazza Verdi

Bologna. In Piazza Verdi stanno allestendo un palco, ormai è quasi tutto pronto. L’atmosfera è delle più tranquille. Una classica sera d’estate bolognese in uno dei luoghi più frequentati dagli studenti, di giorno e di notte.

Poco distante, una piccola ma potente perturbazione aveva scosso l’aria dalla sua monotona e stantia routine di un luglio come tanti. Quasi come un richiamo, un invito a muoversi. Stava per accadere qualcosa ed era necessario rispondere all’appello.

Ecco che il palco si completa dei suoi officianti. Primo fra tutti lui, il sacerdote.
David Eugene Edwards, leader dei Woven Hand, è un tutt’uno con se stesso. Personaggio artistico e uomo comune si fondono e non è facile capire se ci sia davvero una distinzione.

Senza troppe attese, imbraccia il suo banjo e comincia ad intonare qualche fraseggio. Una piuma sul cappello e al collo un ciondolo a corna di mucca. Spuntano tatuaggi da sotto la camicia e diversi bracciali adornano i suoi polsi. Nell’estetica, come nella musica, molti sono i richiami ad un’America selvaggia, indigena, tribale.

I suoi musicisti la sanno lunga e sono immersi nel suono e nelle sue parole, ad ognuna delle quali riescono a dare il giusto accento e il peso necessario per meglio penetrare le nostre anime. Lui procede fra un cambio di chitarra e l’altro, posseduto da chissà quale spirito, vibra e si scuote e i suoi occhi ormai sono privi di pupille.

La scaletta proposta è carica e intensa dall’inizo alla fine. Le tastiere e i reverberi sono un tappeto unico che risuona fin dentro le ossa. La loro musica non ha bisogno di categorie, è senza stagione e ha saputo creare una situazione surreale. Svegliato dall’incanto, il pubblico se ne va sapendo che qualcosa dentro di sé è cambiato.

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