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Il Live Project 2015 di Alan Parsons a Londra

Alan Parsons Project Live in London, 18 marzo 2015 – Londra

Londra è un vulcano che bolle ogni istante, e da un punto di vista prettamente musicale la programmazione offre ogni giorno nomi emergenti e affermati, dando al pubblico un ampio spettro di scelta.
E’ anche per questo che ogni tanto ‘scappo’ da Roma, per ritrovare il gusto, l’atmosfera e l’emozione di vivere un concerto diverso a partire dalle basi.
La musica è bella tutta (o quasi), ma l’Italia è ormai un paese il cui tour di punta è quello di Laura Pausini, e chi vuole essere alternativo si butta su Lo Stato Sociale: senza rancore, io mi merito altro, e per poterlo fare vado all’estero.

Il primo live del quale vi parlerò è quello del 18 marzo, quando presso lo Shepherd’s Bush Empire, una delle venue più rinomate in città, ho assistito alla performance di Alan Parsons.
‘Sta per tornare in tour in Italia’, direte voi.
‘È un vecchio’, diranno altri.
E io rispondo: è il più grande ingegnere del suono mai esistito ed ha collaborato, tra i tanti, con i Pink Floyd. Solo questo dovrebbe bastare per ascoltarlo dal vivo 1000 volte e ancor di più: per la qualità di ciò che sa proporre al suo pubblico.

Lo Shepherd’s Bush Empire è un edificio a mattoni rossi il cui interno altro non è che un teatro: tre piani con balconate rifinite in bianco ed oro, i cui colori
 e decori fanno tornare alla mente i fasti dei castelli bavaresi di Ludwig II. Raccolto e intimo, sviluppato con un’architettura predominante verso l’alto, lo Shepherd’s è una vera bomboniera con un palco grande quanto basta per ospitare in apertura gli Urock ed i Purson.

Per i più attenti, il nome degli Urock non dovrebbe essere così sconosciuto. Capitanati da Umberto Sulpasso (italiano di padre ma americano di nascita), questo quintetto viene da Roma ed ha avuto l’onore (e l’emozione) di esibirsi davanti ad un pubblico di ‘sconosciuti’. Con grande entusiasmo e con la professionalità che contraddistingue solitamente i professionisti, gli Urock hanno saputo abbattere le barriere inglesi conquistando letteralmente la fiducia dello Shepherd’s, che non si è risparmiato nel partecipare e nel battere le mani durante il concerto.

Il loro sound ha riscaldato l’atmosfera di una fredda serata londinese, e per un po’ mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, quando nell’estate 2014 al Roma Vintage i ragazzi si esibirono davanti a centinaia di persone, tutte con le mani alzate e pronte a cantare i loro brani. Ho provato un’emozione strana nel vedere l’attenzione ed il rispetto del pubblico: pur essendo lì per tutt’altro motivo, gli inglesi si sono mostrati interessati e partecipi, coinvolti nello show di una band per loro straniera a tutti gli effetti.

I Purson, seconda band on stage, sono stati una conferma per i presenti e una scoperta per la sottoscritta. Se il pubblico inglese si è infiammato davanti alla loro performance, io ammetto di non esser rimasta molto colpita. Anche se originari di una cittadina dell’Essex, a guardarli sembrano venire direttamente da Woodstock: il loro sound rispecchia quello che offrono visivamente, e cioè uno psych rock dal sapore molto seventies. A mio avviso non hanno molto di originale da offrire ma a quanto pare piacciono parecchio e sono piuttosto conosciuti in Gran Bretagna.

L’atto finale è arrivato quando è salita sul palco la band dell’Alan Parsons Project 2015.

Il Project, infatti, non è un gruppo con membri stabili ma un progetto musicale che combina la creatività e l’esperienza di Alan Parsons applicandole a tecniche elettroniche e classiche per dare vita, in modo sublime, ad un sound perfetto ed unico.

Stavolta sul palco sono presenti due chitarre (Alastair GreeneDan Tracey), un basso (Guy Erez) ed un sax (Todd Cooper). La voce è affidata ad ognuno di questi musicisti, che a turno cantano dando il cambio a Pj Olsson, voce principale. Non mancano inoltre batteria (Danny Thompson) e tastiere (Manny Focarazzo), come non manca la presenza centrale e fondamentale di Alan.

Se durante le esibizioni d’apertura il suono ha subito delle leggere sbavature (dovute all’impianto, non agli artisti), all’attacco di “I Robot” comincia la perfezione, e da qui in poi è uno spettacolo in ascesa.
Quando all’inizio di questo report ho parlato di qualità mi riferivo proprio a questo: artisti del calibro di Alan Parsons non sono solo professionisti internazionali: si tratta di musicisti che hanno un enorme e totale rispetto per il proprio pubblico, che curano offrendo un concerto degno di essere così chiamato.

Parlare di sound con Alan Parsons è un eufemismo vista la sua carriera, ma è la cosa più banale che mi viene alla mente per farvi capire cosa intendo: non è importante stare sul palco con una chitarra in mano e cercare di fare del proprio meglio, anzi. È necessario, è un segno di rispetto verso chi paga un biglietto per assistere ad uno spettacolo.

Il pubblico di Alan Parsons ha ballato, cantato, alzato le mani. La voce dello Shepherd’s Bush Empire ha cantato “Don’t Answer Me“, “Don’t Let It Show” e “Eye In The Sky” con una voce sola e il classico àplomb che contraddistingue gli inglesi si è volatilizzato in poche battute.

Tra virtuosismi ed assoli, ogni musicista di questa formazione ha trovato spazio per mettere in luce le proprie competenze tecniche: ragazzi, che maestri! Anche per questo non si dovrebbe mai di seguire ‘i vecchi': quante cose da imparare, quante cose da conoscere.

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