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Living Colour’s method to our madness

Nonostante l’iniziale difficoltà nel trovare la locazione del “For sale”, il fato corre in nostro aiuto facendoci incontrare casualmente il taxi di Doug Wimbish (bassista dei Living Colour), il quale, disponibile e gioviale come sempre, oltre a guidarci all’obiettivo, ci concede anche l’opportunità di assistere a qualche minuto di soundcheck. Ottimo inizio, quindi.
Il locale, situato in un capannone della zona industriale piacentina, si presenta molto intimo e raccolto. E l’effetto è a dir poco strano: vedere un gruppo del calibro dei Living Colour così “a misura d’uomo” e a portata di mano non è cosa di tutti i giorni. A questo si aggiungono le ridotte dimensioni dello stage, che comunque non influenzano affatto la professionalità e la voglia di suonare della band, capace di offrire uno spettacolo di sostanza fin oltre l’una di notte.

Quel che salta subito all’occhio nella set-list è la totale assenza di brani tratti da “Collideoscope”, quasi a voler ignorare un album che a livello di vendite non regge il confronto con i lavori passati, nonostante le sua indubbia qualità e la sua completezza artistica.
Vengono invece presentati tre brani inediti che compariranno sulla prossima fatica discografica del quartetto, prevista per il 2009 (“The Chair In The Doorway”, questo il più rumoreggiato tra i potenziali titoli): “Method To The Madness”, “Deca-dance” e la già ampiamente suonata “Bless Those”, cantata da Wimbish. Tutte canzoni che, almeno ad un primo ascolto, sembrano continuare nell’esplorazione del lato più dark e heavy della band, filone intrapreso brillantemente da “Stain” (1993) in avanti.

Per il resto la tracklist non si discosta molto da quella di Milano dello scorso 2 ottobre: obiettivi focalizzati sull’alto potenziale adrenalinico e sul desiderio di coinvolgere gli amanti della musica a 360°, visto il sorprendente talento che i quattro dimostrano puntualmente nell’interpretare ad arte ogni genere musicale nel quale si cimentino, dal metal al free jazz, fino al blues più viscerale, passando con disinvoltura attraverso hardcore, reggae, hip hop e hard rock.

Graditissima la versione chitarra-voce di “Talking About A Revolution” di Tracy Chapman, cantata con partecipazione dal pubblico presente, in verità non troppo numeroso. Coinvolgenti e sbalorditivi, poi, i vari interventi solisti di Vernon Reid, Will Calhoun e Doug Wimbish, il quale, senza risparmiarsi, scende tra il pubblico per il consueto assolo di basso con i denti.
La pluripremiata “Cult Of Personality” porta verso la dirittura di arrivo, seguita dalla bluesy “Love Rears Its Ugly Head” (da “Time’s Up”, 1990) e dalla cover di “Should I Stay Or Should I Go?” dei Clash a suggellare quella che, a onor di cronaca, si ricorderà quasi come una serata tra amici.

Tempo per l’ormai consolidato e apprezzato rito degli autografi e delle foto con i fan, ai quali la band non si sottrae mai.
Si può tornare verso casa.
Magari accomodandoci su una “chair” sulla “doorway”, giusto per restare in tema, aspettando il ritorno dei quattro per l’anno venturo, certi che difficilmente ne resteremo delusi.

Auslander
Desperate People
Middle Man
Pride
Funny Vibe
Type
Which Way To…
Mind Your Own Business
Method To The Madness
Deca-dance
This Little Pig
Ignorance Is Bliss
Glamour Boys
Bi
Bless Those
Never Satisfied
Time’s Up
Cult Of Personality
Love Rears Its Ugly Head
Should I Stay Or Should I Go?

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