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Lo Psicologo del Rock: intervista a Romeo Lippi

Domenica 27 settembre abbiamo partecipato al primo seminario dello Psicologo del Rock, la pagina social che dal 2014 “cura” le bacheche di Facebook a suon di indie e archetipi, utilizzando il linguaggio musicale e quello psicologico come un ponte per incontrare l’altro, dentro e fuori dal web. Dopo le due ore di seminario, i ruoli si sono invertiti e le domande le abbiamo fatte noi. A rispondere Romeo Lippi, psicoterapeuta e cantautore di rock emotivodella band Le Ferite e Francesco Maria Insogna, social media manager del sito.

 

Ciao Romeo e Francesco, bentrovati. Come nasce lo Psicologo del Rock?

Romeo: Lo psicologo del Rock nasce da una provocazione del mio maestro di psicoterapia Edoardo Giusti; mi disse: “Perché non unisci la tua parte di psicologo/psicoterapeuta a quella di musicista/cantante in modo tale da poter trovare quello che Jung chiama l’individuazione, ovvero, il tuo percorso unico attraverso la vita per diventare te stesso”. Così è nato il blog. Poi la pagina facebook, il sito… In un anno ha avuto dei risultati importanti che hanno portato la nascita di altre iniziative, come quella che hai visto oggi.

Il seminario di oggi è stato un’apripista a una serie di attività dello Psicologo del Rock. Cosa c’è in cantiere?

R: Prima di tutto quello che voglio fare con lo Psicologo del Rock è passare da offline a online,e con on line intendo incontrare le persone che seguono questo progetto. Guardarsi, emozionarsi, fare dei lavori espressivi insieme, questa è una priorità. Le attività saranno in vari ambiti: ci sono i seminari, ma anche incontri più specifici come le Monografie.E poi un grande filone è lo Psicologo del Rock nelle scuole. Vogliamo andare nelle scuole di tutta Italia e fare psicologia adolescenziale cantando con loro quei temi. Dai disturbi alimentari, alla sessualità, ma anche il suicidio, la dipendenza, l’amore, i disturbi di personalità, li raccontiamo attraverso i brani del mio gruppo “Le Ferite”, ma anche attraverso la musica di cantautori italiani e internazionali. Vogliamo arrivare a quella che noi definiamo “l’immersione” ovvero uno spettacolo di 4 ore in cui unire la lezione di psicologia, l’espressione, le canzoni e la condivisione con gli altri.

Lavorare con gli adolescenti attraverso la musica, cosa ti restituisce?

R: Prima di tutto mi restituisce la possibilità di restare giovane, non invecchiare e quindi mantenere il mio adolescente interno abbastanza stimolato. Il lavoro con i ragazzi ti da un feedback immediato. A meno che non abbiamo problemi molto gravi con uno o due colloqui riescono a cambiare il loro punto di vista e questo è molto positivo. Lo stesso problema, se non affrontato in tempo e trascinato fino ai 30 o 40 anni comporterebbe un ciclo di terapia molto più complesso.

Spesso si confidano dei loro problemi sessuali. Sono alle prime armi, spaventati dalla “poca durata” o dalla performance deludente, l’imbarazzo. In quel caso, cerco di tranquillizzarli, aiutarli a spostare l’attenzione su altro e quando li incontro tra i corridoi, mi bloccano per dirmi “Dotto’ la cosa è cambiata”. Questo è appagante.

E poi imparo cose nuove! I ragazzi stanno a ruota di hip hop e spesso mi sottopongono testi di questo genere musicale. Mi arricchisco anche sotto questo punto di vista.

Forse, a quell’età è più facile aprirsi attraverso lo schermo di una canzone, piuttosto che dire “io provo determinate emozioni”

R: Certo. Molto spesso quando mi dicono ascolto Noyz Narcos, non ho bisogno che aggiungano molto altro. Lo capisco che sono arrabbiati. Sono arrabbiati per tanti motivi e a me basta capire questo per lavorare con loro e trasformare quella “rabbia” in qualcosa di positivo, cercando di allontanarli dalla ribellione di farsi le canne, non studiare, farsi bocciare e sfasciare tutto.

E cambia anche il loro approccio con la musica?

R: Questo lo sperimento di più con i pazienti che con il lavoro nelle scuole. Con i ragazzi, abbiamo incontri molto brevi. E’ capitato però che abbiano scoperto De Andrè o che per curiosità abbiano ascoltato le canzoni del mio gruppo e siano poi venuti ai concerti. Non so se cambia il loro approccio, ma di certo dopo gli incontri vanno via con qualcosa in più.

Come musicista e artista, come riesci a calibrare palco e psicoterapia?

R: E’ un lavoro che sto facendo da tempo. Inizialmente, quando sali su un palco, ti ritrovi a dover affrontare una serie di emozioni, che ti portano inevitabilmente a cercare “sostegno” attraverso strumenti e sostanze per reggere o pensare di poter dare determinate cose.

Adesso le due cose vanno sempre più di pari passo. Prima la parte compositiva era curativa. La canzone è una forma di autoterapia per chi la scrive, quindi ero un paziente. Adesso, nel comporre parlo degli altri. Delle esperienze che mi raccontano in terapia. Cercando di tenere a freno il narcisismo che appartiene ai frontman, credo che i due aspetti si stiano omogenizzando. Sono due figure che si possono compensare. Quando faccio il terapeuta sono lì per l’altro, quanto faccio il cantante esprimo me stesso e l’altro è li (anche) per me.

Credo di essere abbastanza onesto sul palco così come lo sono nella psicoterapia, senza la necessità di sfasciarmi per sentirmi “libero”.

E’ come indossare una maschera…

R: A volte anche togliersela. Anche il terapeuta è una maschera. E’ il grande salvatore. L’angelo. L’esperto. E’ un archetipo e lo scegli per stare in un ruolo. E’ piacevole, perché quando gli altri si rivolgono a te e il tuo lavoro ha un effetto positivo sulla loro vita, ti senti bene. Più che una maschera, è come se fossero due facce della stessa cosa…

E se tu dovessi racchiudere questa esperienza all’interno di una canzone, quale sceglieresti?

R: In questo momento ti direi una canzone de Le Ferite, Il cielo d’acciaio, che sarà presente nell’album in uscita a novembre. Anche questa nasce da una provocazione del mio maestro: scrivere una canzone sul processo della psicoterapia. Ovviamente ho pensato fosse troppo complicato racchiudere tutto in una canzone…poi un giorno stavo strimpellando alla chitarra e pensavo a Iron Sky di Paolo Nutini…Il cielo d’acciaio ho creduto fosse una perfetta metafora per l’angoscia, l’ansia, la paura…ed è venuta fuori una canzone che racconta come da qualcosa di patologico possa nascere qualcosa di positivo.

Ti senti più a tuo agio nei panni del musicista o in quelli dello psicoterapeuta?

R: Se devo essere totalmente sincero, credo che uno si senta a suo agio quando la società ti riconosce qualcosa. Sicuramente il ruolo di psicoterapeuta ti da un riscontro da parte dell’altro che ti rende più sicuro rispetto al musicista. Ma è la percezione della società. Se fai il cantante stai facendo una cosa ludica, non è mai considerato propriamente un lavoro, mentre se dici sono Dottore fai una cosa seria. Quindi nei panni del dottore mi sento più sicuro, in quella di cantautore mi sento più fragile, perché quando canti la tua musica sei nudo sul palco; quando fai il terapeuta sei te stesso ma non sei nudo…non so se rendo l’idea.

Perfettamente. Tu hai anche intervistato musicisti del panorama indie rock italiano,in quel caso che panni indossavi? Musicista, fan, terapeuta?

R: Per alcuni l’approccio e stato da “fan”, per altri sono stato spinto dalla curiosità. In ogni caso ho sempre marcato l’aspetto psicologico, emotivo. Le mie domande vertono sempre sulla parte emozionale. Sulle interviste Francesco ci può dire di più, dato che le ha seguite anche lui.

F: Principalmente è il punto di vista psicologico, ma per alcuni, come Dario Rossi (percussionista ndr), il suo sentire veniva fuori attraverso il suono. Nelle interviste emergono molto i vari stadi della vita del musicista e della carriera; di cosa significa fare il musicista, il messaggio che vorrebbero trasmettere con le loro canzoni. Con Cristiano Godano ad esempio abbiamo anche parlato di come l’ascolto della musica muta nel tempo, o meglio di come, dopo 20 anni un disco lo ascolti in maniera differente, ma proprio dal punto di vista emotivo.

Degli artisti incontrati, chi ti ha maggiormente colpito sotto il profilo psicologico?

R: Sono stato piacevolmente sorpreso dall’incontro con Tommaso dei TheGiornalisti. Non è un gruppo che seguo. Li ho scoperti proprio quella sera a un festival. Senza che lui sapesse che io fossi lo Psicologo del Rock l’intervista è andata naturalmente sull’aspetto della psicoterapia. Lui ha raccontato del suo percorso, di musica, e di come ha vissuto dopo la psicoterapia il cambiamento e come si è canalizzato nel suo lavoro. E’ stata la prima volta che un artista mi parlava con naturalezza di un aspetto così profondo. Credo sia stato anche il più disponibile ad aprirsi, a mostrare la propria intimità emotiva.

Qual è la risposta della rete allo Psicologo del Rock, cosa vi scrivono?

R: I messaggi sono vari. Ci capitano dai lunghissimi messaggi di gente che farnetica, a chi ci fa i complimenti per un articolo pubblicato. Poi ci sono quelli che parlano un po’ più del loro vissuto personale; capita principalmente con i messaggi privati, e più che allo Psicologo Del Rock, alla mia pagina personale.

Nei commenti invece percepisci di più come la gente vive una determinata canzone. E poi ci sono gli haters, ma capita sempre quando pubblichiamo Vasco Rossi. (Ride). Il commento su facebook rappresenta un “istinto”, mentre nei messaggi privati troviamo più il “racconto”.

I prossimi appuntamenti quali sono?

R: L’11 ottobre faremo presso lo Studio Premuda (Via Premuda 4, Roma ndr) il Seminario – Gruppo di Espressione “Che rockstar sei?” e dal 25 ottobre al Magna Magna di Viterbo (Via dei Pellegrini, 2, 01100 Viterbo VT) partiremo con gli incontri Monografici. Il primo sarà Califano. Faremo un percorso attraverso la biografia e i testi e poi canteremo tutti insieme. Scrivendo a info@lopsicologodelrock.it , gli istituti scolastici possono proporre la propria scuola per un seminario.

Lasciaci con una canzone

R: Ho concluso il seminario di oggi con il Cielo in una Stanza, ma per una questione personale. Ma con Francesco ci siamo resi conto che il pezzo più volte citato nelle liste delle canzoni è stato Creep dei Radiohead, quindi direi che è la canzone giusta.

Non la cover di Vasco però, altrimenti scateniamo gli haters!

No. No.(Ridono)

F: Anche se, noi siamo cresciuti con Vasco Rossi, ed è difficile rinnegarlo. Mi dispiace che soprattutto nell’ambiente alternative sia sempre “molto odiato”, ma è un artista che prima o poi verrà “riscoperto”.

Chiudiamo l’intervista con ancora qualche chiacchiera su Vasco Rossi e ci salutiamo dopo questa full immersion nel più universale ed emotivo dei linguaggi: il rock.

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