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Lo smarrimento nell’identità da riconquistare

“Fratelli d’Italia” è il nuovo film-documentario di Claudio Giovannesi che in maniera collaterale segue un progetto di educazione all’audiovisivo rivolto alle scuole superiori. Tempo addietro aveva realizzato nel 2007 un mediometraggio sulle relazioni tra un ragazzo rumeno ed i compagni di scuola, “Welcome Bucarest”, a cui in seguito ha unito i ritratti di altri due adolescenti con situazioni diversamente problematiche: Masha Carbonetti, 18 anni, adottata da una famiglia italiana, vorrebbe partire per incontrare il fratello che è rimasto in Bielorussia e Nader Sarhan, 16 anni, egiziano di origine ma nato a Roma, fidanzato con una ragazza italiana contro il volere dei genitori.

Nel documentario emerge con chiarezza come i protagonisti vengano ritratti nella vita di tutti i giorni in maniera spontanea e senza forzatura alcuna, cosa che è stata possibile grazie alla presenza timida e discreta della macchina da presa che si è resa invisibile così da mettere a loro agio i ragazzi e permettendo loro di essere naturali e spontanei.

Si cerca di descrivere dal’interno il profondo disagio e il fastidioso senso di smarrimento che i giovani, persi in un’esistenza liquida, devono affrontare in particolar modo se a tali problemi sono legati l’integrazione ed il retaggio culturale di una tradizione diversa che cozza con il sistema in cui faticano – proprio come i genitori – a riconoscersi. Sono giovani schiacciati da due culture e ripspondono spesso con un reazione di paura o di ribellione.
Alla conferenza stampa sono presenti il regista Claudio Giovannesi, due dei tre protagonisti, Masha e Nader, il produttore Giorgio Valente e per la Regione Lazio Giulia Rodano.

“È un film che nasce dalla cose” afferma Giulia Rodano per la Regione Lazio “non si è andati lì con l’idea di fare qualcosa. È la realtà che parla. È impressionante quanto questi ragazzi siano simili ai nostri figli. La cultura multipla e gli apporti che porta in sé, mette duramente alla prova noi italiani. L’Istituto Toscanelli alla periferia di Roma ad Ostia ha ragazzi di seconda generazione per una percentuale pari al 15/20%”.

Da cosa nasce questo film? Come hai individuato gli elementi degni di nota?
Giovannesi: Ho girato questo documentario perché il Bel Paese a mio avviso è una nazione che ad oggi non riesce ancora ad avere un’identità multietnica, si nasconde dietro un’illusione di orgoglio nazionale e non vuole conoscere il valore positivo della cultura multietnica. Considero fondamentale ed emozionante ogni forma di “melting pot”: il crogiolo, l’amalgama, all’interno di una società di esseri umani, delle etnie, delle culture e delle religioni. Ho scelto come protagonisti tre adolescenti di origine straniera: le loro storie hanno come tema l’identità, raccontata nel privilegio della quotidianità, nell’osservazione dei loro rapporti interpersonali e dei loro conflitti. In principio era stato pensato come un episodio di 40′ nato dalla suggestione di Giorgio Valente che mi ha fatto conoscere l’Istituto Toscanelli dove si respira un’atmosfera diversa (grazie a Dio). La scuola non mi ha dato un film sugli emigrati (che sarebbe stata una rottura di palle), questo, invece, è un film sugli adolescenti in quel luogo che è appunto la scuola che ha delle sfumature, non dei contrasti che non ammettono né la retorica del buonismo né la tolleranza zero. Quando è avvenuto l’incontro con i ragazzi il problema che subito si è palesato era come poter portare le telecamere e l’intero apparato tecnico all’interno della scuola. Ma poi, una volta superato questo, il resto si è fatto da sé. Essenziale era ed è lavorare insieme con la trasparenza delle telecamere, senza esibirsi e scordarsi di esse.

Cosa l’ha spinta ad investire in questo film?
Valente: È un film a basso budget, purtroppo manca il pubblico giovane che vada a vedere il cinema impegnato, il cinema d’autore e men che meno i documentari.

Quali sono i codici e l’orientamento che porta alla scelta della realtà da raccontare?
Giovannesi: Ostia ha una propria specificità che vive gli insediamenti di prima e seconda generazione. La cosa che più ci ha impressionati per cui abbiamo voluto-dovuto porgere particolare attenzione sono state le tre storie che nel loro complesso sono meritevoli di un occhio di riguardo. Il nostro punto di vista era un occhio partecipativo e accogliente attraverso cui poter avviare un percorso pedagogico-didattico rispetto alla turbolenza adolescenziale.

Cosa ti ha convinto ad accettare questa nuova sfida in cui mettere in prima linea la tua vita (privata)?
Carbonetti: Semplicemente raccontare una storia non solo mia ma, considerare quali sono le difficoltà ad essa legate, in particolar modo se si pensa che bisogna poi adattarla al grande schermo. La mia sostanzialmente è stata una testimonianza.

Sarhan: Quando mi hanno proposto di “recitare” ero incredulo ed ho accettato con estremo entusiasmo. Io non ho problemi di cittadinanza né di appartenenza, a casa abbiamo la nostra religione e tradizione che spesso trasgredisco, lo ammetto.

Attraverso questo lavoro vi siete avvicinati maggiormente alla vostra famiglia, almeno dal punto di vista culturale?
Sarhan: È senza dubbio un lavoro bellissimo. Durante la lavorazione della pellicola, cosa che è anche emersa sullo schermo è che i ragazzi romani accettano di buon grado l’integrazione in tutte le sue forme e sfaccettature; contrariamente a quanto spesso si pensa lo sforzo maggiore lo devono fare i genitori non italiani. Dal canto mio io non sono andato incontro ai miei genitori (mia madre è più dura rispetto a mio padre che è decisamente più sciolto) bensì è stata mia madre a fare un passo maggiore e di conseguenza lo sforzo per venirmi incontro. Si doveva pur arrendere, data la mia indole.

Giovannesi: Da questo film-documentario emerge una cosa magnifica che è lo scontro generazionale; la differenza sostanziale tra Nader ed i genitori è che loro sono emigrati di prima generazione ed i loro figli di seconda generazione con tutte le complicanze e il divario che il salto generazionale comporta.
[PAGEBREAK] Il film verrà distribuito in sole 5 copie, non converrebbe tenerlo in un cinema anche per una sola copia? Perché non avete cercato di tenerlo in piedi come proseguimento? Come si fa a suscitare l’interesse nei giovani per il “piccolo fratello”?
Valente: Il proseguimento ci sarà anche se il “Labirinto” non esiste più. La logica talvolta perversa è che un film debba necessariamente incassare e fare i soldi. Con i mezzi a disposizione distribuire un film come questo è davvero molto difficile nonostante il “cineclub” sia pieno di gente.

Rodano: È, ahmè, una questione cruciale. Se un film esce prima di garantire una certa distribuzione, lo vedono prima i giornalisti e poi bisognerà aspettare che venga stampato. È necessario un sostegno pubblico che possa,in un certo qual modo sostenere la distribuzione della pellicola. Non prendiamo in considerazione i Festival che costituirebbe un circuito alternativo.

Dato che nulla era costruito per cui i ragazzi hanno recitato se stessi come li hai diretti in qualità di “attori”?
Giovannesi: Nello specifico bisogna adattarsi per non soccombere all’habitat dei ragazzi. Siamo stati una settimana sui banchi di scuola prima di portarvi le telecamere. Nel processo biologico di assimilazione quel che più conta è portare tale processo di assimilazione lì, cosa che non è stata affatto facile. Non è tanto il lavoro di ricostruzione, ma la loro generosità nel concederci parte della loro vita. Prendiamo Masha: la sua storia rappresenta un po’ un melodramma dal momento che durante le riprese ha ritrovato suo fratello che non vedeva da quando aveva tredici anni, per cui la scena in cui parla al telefono con il fratello è piuttosto significativa poiché rappresenta il completo distacco dalle telecamere ed inizia la vita autentica e intima che scorre e si di svela sotto la macchina da presa. È un momento d’iperbole che privilegia la sospensione.
Per quel che concerne Nader sono state riprese le parti essenziali della quotidianità che vive dentro e fuori le mura domestiche.

Carbonetti: Inizialmente è stato difficoltoso rapportarmi con le telecamere, non ero abituata ad essere “tacchinata” dalla macchina da presa. Poi proprio durante quei giorni sono riuscita a mettermi in contatto con mio fratello per cui il resto è passato in secondo piano e l’accaduto ha completamento catalizzato la mi attenzione. Quello è un momento indimenticabile per me, dopo anni che non avevo sue notizie.

Quest’anno sono usciti 21 documentari con distribuzioni parcellari ben centellinate (da giugno ad oggi). Come pensate di inserirvi in questa panoramica?
Sovena: Siamo oramai completamente assorbiti dal circuito cinema e questa è quanto mai una situazione problematica tanto più se si tiene conto della variabile distribuzione la cui difficoltà è dilagante. La “mission” di Luce è quella di far proprio ed assorbire nel proprio circuito per poi renderle note le opere di minore interesse rispetto alla massa privilegiando argomenti di rara attenzione. Senza dubbio importanti per poter avere maggiore visibilità sono i circuiti alternativi come i festival oppure il passaparola; ma anche in questo caso l’impasse è contraddittorio. È un problema di soldi ma anche di investimento non solo il “come” si investe ma “come” investe il potere pubblico, in cosa decide di cimentarsi ed in cosa decide di rischiare. Poiché è la capacità pubblica che in parte condizione il mercato nella specifica fattispecie della cinematografia. In caso contrario l’intervento pubblico on avrebbe il peso che in concreto detiene.

Nel film viene fato specifico riferimento agli ebrei in chiave discriminante dal punto di vista razziale, non si rischia di essere fuorviante nonostante la libertà verbale appartenga a degli adolescenti?
Giovannesi: Per amor del vero se iniziamo a prendere delle posizioni morali è la fine. Non credo vada vista in quest’ottica e non temo il politicamente scorretto. Il mio intento è stato quello di ascoltare l’adolescente con totale assenza di giudizio; inutile precisare che diverso sarebbe stato il discorso se a parlare fosse stato un adulto. È stato un momento che ho trovato nel contempo sensazionale ed assurdo. Credo fermamente nel melting pot: tenendo presente il miscuglio e la contaminazione vedere un amico per la pelle di Nader (egiziano) ma esponente di Forza Nuova parlare di razzismo mi sembra davvero un discorso paradossalmente multiculturale.

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