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Lo spettacolo della politica

Paolo Sorrentino è tornato da Cannes con due importanti premi. “Il Divo” ha infatti conquistato il Premio della Giuria e il Prix Vulcain, assegnato dalla commissione tecnica dell’immagine e del suono.
Mercoledì 28 maggio il film prodotto da Lucky Red e Indigo Film esce nelle sale e si sottopone alla prova del pubblico italiano. All’anteprima del film alla Casa del Cinema di Roma il regista raccoglie i complimenti entusiasti della sala, poi parla delle sue aspettative e commenta le reazioni suscitate fino a questo momento. “È incomprensibile e paradossale che gente come Pino Daniele, divenuto famoso grazie alle sue canzoni sul degrado napoletano, si metta a criticare il film perché dà un’immagine sconveniente del nostro paese. I film non devono essere depliant turistici. Non esiste un buon film che non si ponga in modo critico nei confronti della realtà.”

Sorrentino, che cosa si aspetta dall’uscita in sala? Pensa che potranno esserci polemiche riguardo al contenuto politico del film?
Io spero di no. Il mio film cerca di mettere in evidenza proprio i guasti del teatrino della politica e critica la sua autoreferenzialità. Non vorrei che suscitasse polemiche e che si ripetesse proprio lo stesso teatrino. Preferirei sentire commenti sul film come prodotto cinematografico piuttosto che sul suo contenuto.

La sua è qualcosa di più di una semplice riflessione sul contrasto tra bene e male. Le cose sono molto più complesse, come dice lo stesso Andreotti.
Il film si mette a traino del personaggio. Andreotti ha sempre fatto l’ambiguo, e in questo il film gli va dietro. L’unico momento in cui mi sono sbilanciato e ho scelto la via della spiegazione è la scena del monologo andreottiano sulla funzione del bene e del male e la loro inevitabile concatenazione. In quella scena Servillo cambia improvvisamente registro di recitazione, diventa per pochi istanti un urlatore, ed è lì che ho inserito la mia presa di posizione.

Si nota una differenza di stile tra la prima e la seconda parte del film. All’inizio la presentazione dei personaggi segue un andamento più frivolo e modaiolo, più spettacolare, nella seconda parte il rigore stilistico prende il sopravvento. Come è riuscito ad unire i due registri?
L’impianto stilistico è volto a spettacolarizzare quello che non può essere spettacolo: era difficile pensare alla DC come spettacolo, ma io ho tentato di fare proprio questo. All’inizio del film volevo rendere l’iconografia del potere come una cosa misteriosa, a sé stante e irraggiungibile, e l’ho fatto concentrandomi sull’immobilità dell’uomo e del politico di successo. Poi le cose cambiano: arrivano accuse pesanti da parte dei pentiti mafiosi e Andreotti deve in parte rinunciare al suo proverbiale immobilismo per difendersi. Ed ecco che lo stile cambia e si fa più rigoroso e più asciutto.

La scena del bacio con Riina è molto bella, anche se appartiene al lato misterioso e sconosciuto di Andreotti. Aveva deciso fin dall’inizio di raccontarla?
Era la ragione principale per fare il film! Ho dovuto sacrificare molti aneddoti interessanti a favore della sintesi, ma questa scena, con il suo forte valore simbolico, proprio non potevo lasciarla da parte.

Oltre ad aver fatto un grande film, è riuscito a far infuriare il vero Andreotti. Questa reazione la lusinga?
Non volevo far arrabbiare nessuno. Semmai sono contento per un altro motivo: la reazione stizzita di Andreotti significa che questo film ha toccato le corde giuste. È il segno che il cinema riesce ancora ad essere lo strumento di comunicazione che più di tutti lavora sulle emozioni.

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