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  • London Film Festival 2020 – Kajillionaire

    Diretto da Miranda July

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di Marta Corato

Guardare “Kajillionaire”, il nuovo film di Miranda July, è come fare un salto indietro nel tempo: ha quell’atmosfera eccentrica che andava di moda nei film indipendenti di dieci, quindici anni fa, quando in effetti uscì l’ultimo lungometraggio di July, “The Future”. Questo non è una frecciata alla regista: il suo è un film interessante e divertente, che elabora in maniera intelligente sul genere della commedia con protagonisti peculiari, contestualizzandola nel presente.

Al centro della vicenda c’è una famiglia di truffatori – non degli Ocean’s Eleven, ma delle persone che rubano la posta altrui in cerca di soldi, riportano oggetti rubati ai negozi, partecipano ossessivamente a concorsi online, fanno lavoretti per piccole somme.

La famiglia è composta da due coniugi Dyne (Debra Winger e Richard Jenkins) e loro figlia, chiamata impietosamente Old Dolio (Evan Rachel Wood), che è stata cresciuta in maniera totalmente anaffettiva e con la truffa come unica motivazione della sua vita. Durante uno dei loro elaborati piani per fare soldi, i tre coinvolgono nella loro vita la sconosciuta Melanie (Gina Rodriguez): è l’inizio della fine del loro stile di vita.

È vero che questo film fa ridere e che ha un posto meritato nella sezione “Laugh” del London Film Festival 2020; d’altra parte, però, il ribaltamento della prospettiva dalla famiglia protagonista a Melanie rivela senza timore l’orrore che si nasconde sotto le spalline di gommapiuma di Old Dolio.

Gina Rodriguez, Evan Rachel Wood e Richard Jenkins in una scena del film.

Kajillionaire” non fa solo uno spettacolo dello strambo; gli occhi dell’“intrusa” Melanie non servono ad aprire una finestra sul mondo della famiglia, ma a esplicitare che il loro comportamento disfunzionale non è un vezzo, ma un problema.

Avvolto in uno strato di stucchevolezza e assurdismo – ad esempio il fatto che la stanza dove i Dyne vivono ha una perdita di schiuma rosa dal soffitto ogni giorno alla stessa ora – il centro narrativo del film è oscuro, e non fa ridere per niente.

Al cuore di “Kajillionaire” non ci sono infatti i maneggi della famiglia protagonista, ma il devastante impatto che un singolo gesto di tenerezza può provocare in chi non è mai stato trattato con amore. È la crepa tra Old Dolio e i suoi genitori, che si allarga sempre di più a mano a mano che l’assurdità e crudeltà del loro comportamento verso la figlia, e il suo bisogno di calore umano, diventano sempre più evidenti.

Questo stridere di toni non funziona sempre perfettamente. Il contrasto tra la performance spumeggiante, da rom-com di Gina Rodriguez e quella rigida, impassibile, quasi lanthimosiana dei Dyne è una perfetta sintesi del film su carta, ma non sempre sullo schermo, dove l’effetto “sto guardando due film diversi” diventa a volte un po’ troppo straniante.

Dà quasi la sensazione che gli unici che possano gustarsi il film siano proprio quelli che dieci-quindici anni fa si sono sorbiti decine di film indie affettati e stravaganti, e si possano finalmente godere una direzione diversa e amara quanto i giorni nostri.

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