Home > Recensioni > Lone Survivor

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Dopo il naufragio di “Battleship” al botteghino, Peter Berg ha preso 40 milioni di dollari (praticamente due soldi in quel di Hollywood) e un cast di attori fisicati (tra i quali non poteva mancare il suo prediletto Taylor Kitsch) e se ne è andato tra i monti del Nuovo Messico a girare l’adattamento cinematografico dell’incredibile salvataggio di un Navy SEAL finito tra i terroristi afghani dopo una missione rivelatasi un’autentica ecatombe. “Lone Survivor” è stato un successo inaspettato al botteghino americano, sfondando i 100 milioni di dollari e riparando allo stop alle carriere di Berg e Kitsch.

Ironicamente, questa storia vera è girata con un riuscito miscuglio di scene da grande blockbuster d’azione e riprese il più possibile realistiche, riuscendo nell’intento di celebrare un eroe americano, interpretato da Mark Walhberg, e di restituire un ritratto avvincente del corpo di forze speciali più amato dal cinema americano negli ultimi anni, tra sentimenti di fratellanza e impulsi masochisti dei membri.

L’astuzia di Berg è stata quella di scegliere una storia vera dove fosse possibile esaltare il soldato americano senza condannare ogni arabo su schermo ad essere un terrorista, selezionando un episodio che restituisse figure positive anche nella popolazione afghana. Il risultato è un film molto americano ma mai eccessivamente patriottico, non artisticamente riuscito e provocatorio come “Zero Dark Thirty” ma capace di parlare del conflitto più problematico di oggi per gli Stati Uniti usando le scene di guerra per intrattenere (come in un film d’azione) e gli attimi di eroismo per commuovere, senza mai scadere nel patetico.

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Contro

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