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Saperla lunga

Münster.
Come nome in effetti fa un po’ paura, tuttavia si tratta della città natale della band tedesca, ormai alla quinta tacca della propria carriera.
Amanti delle sperimentazioni in campo progressive rock, i cinque nordici dimostrano ancora una volta di saper maneggiare quei pezzi di legno chiamati “chitarre” – non è da meno il basso, figo pure nello slap – e, per l’appunto, scelgono di farlo in sole sette canzoni. Lunghe, ma pur sempre sette.
Cenni al metal d’avanguardia, paesaggi di decadenza degni di fare da colonna sonora ad un videogioco futuristico, qualche sprazzo di sentimentalismo (vedi: “Timebends”) e tanta tanta tecnica.

Una concatenazione di ritmi che si susseguono per formare una storia coerente da capo a coda.

Forse, proprio per quest’ultima nota, chi non conosce ancora il quartetto e non s’è mai accostato alla musica progressive, potrebbe rimanere un po’ deluso per l’apparente assenza di comunicazione umana tra musicista e audience. Eppure, malgrado l’impostazione quadrata (si parla di tedeschi, del resto) i Long Distance Calling sono esseri umani non da poco.

Pro

Contro

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