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    Lorre

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Nostalgia di un’allucinazione

Perdita del contatto con la realtà, alterazione sensoriale, stato di semicoscienza. Non è la cartella clinica di un fumatore d’oppio, ma la percezione che suggerisce il progetto “Lorre”. Lontano da parametri identificabili, “Roghi Dei Libri” cancella le proprie impronte, lasciando solo una manciata di indizi. La soluzione più facile sarebbe etichettare la proposta come new wave, genere la cui definizione è limpida quanto le acque del Mekong.

A voler esser meno vaghi, la neo-psichedelia si avvicina al bersaglio, con i suoni distorti ed i contorni poco definiti. Nondimeno, la supremazia delle atmosfere elettroniche sui connotati rock farebbe propendere per una ulteriore specificazione: musica elettronica. Questa è la base certa. Compagna di ventura una lontana chitarra, mai troppo ispirata, ed una voce a strappi, che recita il ruolo di elemento accessorio. Il resto è libera interpretazione. Le tinte fosche del songwriting, infatti, lasciano ampio respiro alla visione soggettiva.

I Lorre non amano confondersi nella massa, ma amano confondere. Il racconto “Lorre”, per le sue caratteristiche non codificate, per la sua essenza caliginosa, è destinato a fare selezione. Per rendere meglio l’idea: se Danny Boyle avesse atteso fino ad oggi per girare “Trainspotting”, più d’uno dei cinque brani a giudizio avrebbe ben figurato nella colonna sonora.

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