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Il canto dell’allodola

Fa ancora tanto strano sentire la voce di Michele Luppi, così caratteristica, impegnarsi in un semplice album di buon AOR. Ti viene quasi da pensare che questo non sia propriamente AOR o che manchi della complicazione necessaria ad esaltare Michele.
Abbiamo avuto due anni dal debutto dei Los Angeles per abituarci all’idea che l’emiliano potesse accostare, all’esperienza dei Vision Divine (ed ora, dei Killing Touch), quella dei panni del rocker innamorato. Perché, se anche le composizioni di Luppi sono state sempre caratterizzate da un piglio melodico, qui si tratta di un genere completamente diverso. E l’effetto è simile a quello che, qualche tempo fa, aveva suscitato un certo Russel Allen, divenendo socio in affari di Jorn Lande.

Questa volta, al posto di Giuffria in sede di scrittura ci sono Eric Ragno, Joey Sykes e George Lynch. Luppi sa scegliere sempre molto bene i suoi partner. Ma un fondo heavy, una volta scolato il bicchiere, si intravede comunque. Forse colpa dell’eco di “The Perfect Machine” rimasto nelle nostre orecchie.

Lasciamo tuttavia le masturbazioni sui generi a quelli che non si interessano di musica. È certo invece che Luppi rappresenta forse il miglior vocalist del nostro malandato Paese, re Mida di qualsiasi composizione, sia essa lenta o veloce. E questo è il miglior album dei Los Angeles, ancora più omogeneo e ispirato del precedente. Traetene voi le conseguenze.

Si mischiano le carte, si avvicendano i collaboratori, ma ogni album di Luppi rappresenta un momento di respiro per le melodie, che, come da nessun’altra parte, riescono ad aprirsi varchi celestiali tra i suoni hard. È il suo timbro sofferto e versatile, la sua personalità e passione che obbligano all’acquisto di questo album.

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