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Lost in Belluscone. Marco Travaglio omaggia Franco Maresco al Torino Film Festival 2014

Belluscone – Una storia siciliana” di Franco Maresco non è ancora finito, siamo ancora nel pieno del “work in progress”. In realtà i 90 minuti montati e usciti, brevemente, nelle sale non subiranno aggiunte e rimaneggiamenti, ma il materiale girato è talmente tanto che si può continuare a mostrarlo in pillole per i prossimi trent’anni.

Il Torino Film Festival 2014 ha dato il proprio contributo alla causa, organizzando un evento speciale con la proiezione di oltre 30 minuti di spezzoni tagliati dal film con, a contorno, un faccia a faccia tra il regista Franco Maresco e il giornalista Marco Travaglio, che fu tra i primi a incensarlo su Il Fatto Quotidiano ai tempi del passaggio a Venezia (arrivando comunque dopo LoudVision, sia chiaro).

Ma, ed ecco il film che continua, Maresco non c’è: questa volta era annunciato, atteso e invece nulla. Continua a rimanere latitante come all’interno della sua docufiction, quando l’amico Tatti Sanguineti “finge” di cercarlo per le vie di Palermo. È proprio sul concetto di finzione che ruota tutta la vicenda. Il film mescola abilmente avvenimenti vari e altri sceneggiati, rendendo praticamente indistinguibile la differenza (non l’ha capita troppo nemmeno Travaglio, che parla di alcuni momenti del film confondendo realtà e finzione). Ma è giusto, è quella l’intenzione. Travaglio è un esperto di molte cose, ma NON di cinema.

Il percorso di “Belluscone” cominciò proprio qui a Torino, nel 2012, quando Maresco, allora presente, mostrò una serie d’interviste che avrebbero dovuto comporre il corpus principale del film, tra cui quella a Marcello Dell’Utri. Le cose sono andate diversamente, probabilmente meglio per quanto riguarda la riuscita artistica, ma l’uomo ne è uscito distrutto. Non ha presenziato l’anteprima veneziana né gli altri eventi di promozione legati al film e, nel mio piccolo, non è intervenuto telefonicamente al cineforum da me presentato nel paesino di Sala Consilina (ma lì magari mi ero rivolto per il contatto ad un millantatore, anche se si trattava di Francesco Puma a cui anche Sanguineti nel film si rivolge con gli stessi risultati, lo vedete che nulla è ancora finito?). O si tratta di una delle strategie promozionali più organizzate dell’ultimo ventennio in Italia o davvero bisogna stringersi intorno a Maresco e augurargli di uscire dal brutto momento quanto prima (vista la produzione tutt’altro che faraonica, propenderei per la seconda opzione).

Ma torniamo all’incontro torinese, e cominciamo ad ascoltare (per voi leggere) l’introduzione di Marco Travaglio a questa proiezione di materiale “extra” che verrà incluso nel DVD di prossima uscita, insieme a molto altro:

«Il film potrebbe essere ribattezzato “Renzuscone”. Proprio domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali, con un’affluenza bassissima. L’elettorato che ancora vota è proprio quello che si vede nel film di Maresco: truppe cammellate, schierate militarmente, che vanno nell’urna con il santino in mano. Ci sono persone, la maggior parte, che vanno a votare sempre l’uomo solo al comando, che sia Renzi o Berlusconi poco importa. Nei titoli di coda del film i giovani borghesi palermitani beccati in discoteca da Maresco parlano come il popolo delle borgate palermitane. Niente può cambiare, niente DEVE cambiare, va sempre tutto bene così».

Partono i primi tredici minuti che approfondiscono il personaggio di Ciccio Mira, il vero protagonista del film, mostrandolo dalla gioventù ad oggi, periodo nel quale Mira passa da barbiere a cantante neomelodico, per poi diventare impresario per feste di piazza, tutto questo sempre rimanendo “amico degli amici” (terrificante ed esilarante insieme, come sempre in Maresco, la sua spassionata difesa del delitto d’onore).

Ecco ancora Travaglio:

«La sorpresa per chi si aspettava un film su Berlusconi è quella di trovare Ciccio Mira, che è ancora più Berlusconi dell’originale. Il materiale è incredibile, si potrebbero ricavarne forse altri otto film, Maresco è un vero e proprio dilapidatore del suo stesso talento. Vorrei riflettere sul concetto di “ospite dello Stato” (il modo dei palermitani di Brancaccio e non solo di definire i detenuti): il termine è estremamente indicativo del rapporto di questa gente con le istituzioni in generale, una totale dissociazione, come fossero ospiti di uno Stato straniero. Flannery O’Connor diceva che, nei romanzi ambientati nel profondo Sud degli Usa, quando si raccontano fatti reali sembrano invenzioni grottesche, e viceversa. Maresco usa lo stesso procedimento, rendendo indistinguibile la realtà dalla finzione. Nelle sue interviste sembra davvero “vicino” a gente come Mira e Dell’Utri, si crea una sorta di complicità immediata tra vecchi palermitani veraci, gli ruba l’anima, li mette a proprio agio e loro stanno al gioco. Nel film della Guzzanti, “La trattativa”, tutte le trame intercorse tra lo Stato e la mafia sembrano un vero e proprio golpe. Maresco, invece, andando probabilmente più vicino alla verità, ci mostra il consenso popolare da cui prende sempre le mosse la politica nazionale, tutto marcio ma tutto democratico. Quanto erano vicine e comunicanti QUELLA Milano delle tangenti, QUELLA Palermo, QUELLA Roma all’inizio degli anni Novanta».

Si passa a parlare di Stefano Bontade, il boss mafioso ucciso dai corleonesi all’inizio degli anni 80 per far sì che Totò Riina scalasse il vertice della cupola, quello che con i suoi venti miliardi prestati a Berlusconi, con il suo “investimento”, ha permesso la creazione delle reti Mediaset che hanno rappresentato l’inizio della scalata al potere del capo di Forza Italia.

Sentiamo Travaglio:

«La mafia di Stefano Bontade, secondo una certa retorica giustificazionista, era la mafia buona, borghese, che non uccideva i bambini (quando poi basterebbe nominare la strage di Portella della Ginestra per togliere questo alone romantico a quelli che criminali erano e criminali sono). Bisogna comunque dire che Bontade, con il suo prestito a Berlusconi funzionale alla creazione di Mediaset, può considerato un vero e padre della patria: Per questo Maresco chiude il film con una sorta di pellegrinaggio sulla sua tomba: è un’altra delle idee geniali capite da pochi».

Si chiude con l’argomento sesso, anche inevitabile quando si parla di Berlusconi. L’ultima clip è un’esilarante intervista ai tre fratelli La Vecchia e al loro rapporto con le donne, praticamente inesistente. È l’ultima chiave di analisi, il successo del Cavaliere (nel senso di datore di lavoro dello stalliere/mafioso Mangano, non per altri motivi) viene dall’invidia dell’uomo medio verso il suo faraonico stile di vita, verso quelle pantagrueliche serate in cui succedeva di tutto e di più.

In chiusura, ancora Travaglio:

«I giornali berlusconiani hanno incredibilmente salvato il film. Volete sapere perché, a mio parere? Perché non l’hanno capito, non hanno visto Berlusconi vicino a uno con la lupara come si aspettavano, hanno di averla sfangata e si sono concentrati sulla Guzzanti. La cultura è in mano alla sinistra, secondo un vecchio adagio, anche perché dall’altra parte non hanno trovato UN giornalista che abbia capito questo film. Invece a sinistra (solo a livello partitico, sia chiaro) al momento del cinema non interessa a nessuno. Maresco, anche quando lavorava con Ciprì, non è mai stato organico a nulla. Il film “Belluscone”, per chiudere, è politicamente utilizzabile da chi l’ha capito, è uno strumento di comprensione gigantesco».

Speriamo che questo approfondimento v’invogli a vedere il film, se ancora non l’avete fatto. Rinnovo l’appello già rivolto a Venezia: è un film importante, davvero. Uscirà in DVD prima di Natale, ci siamo capiti… Altrimenti vi mando a suonare sotto casa per tutte le feste uno dei neomelodici orribili di Ciccio Mira.

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