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Louder than hell!

A una settimana di distanza dal concerto dei Death Angel al Blackout Club, Roma rivive un’altra importantissima serata nel segno del thrash metal che conta, il rosso segno della follia di Slayer e Megadeth, uniti, e accompagnati dai Sadist nelle due date italiane, per l’occasione dell’European Carnage Tour 2011. L’esibizione di due colossi musicali di tale portata in un unico concerto non è cosa da tutti i giorni e Loudvision non poteva non essere della partita.

Alle 20:30 il parcheggio dell’Atlantico è già gremitissimo, segno tangibile del preannunciato sold out della data, e il palazzetto si sta preparando all’esibizione dei Megadeth. La band di Mustaine torna a calcare lo stesso palco di quasi un anno fa quando, in occasione dell'”Endgame World Tour”, ci aveva regalato una prestazione maiuscola.
Le note di “Trust” celebrano l’arrivo dei nostri on stage, il palazzetto scoppia in un urlo di giubilo.
Neanche il tempo di riprenderci da questo inizio impetuoso che il gruppo assesta tre colpi di rara potenza: la struggente “In My Darkest Hour” e i due superclassici “Hangar 18″ e “Wake Up Dead”. Megadave e i suoi allegri compari confermano le impressioni avute lo scorso giugno, la band è in salute e la voglia di suonare è tanta. Il ritrovato Ellefson, tornato in squadra un anno fa, ha lo spirito di un giovincello, non smette infatti un secondo di incitare il pubblico andando in continuazione da una parte all’altra del palco macinando chilometri. Mustaine, non sempre preciso vocalmente, elettrizza tutti gli astanti con i suoi fenomenali assoli, mirabolanti schegge impazzite che si uniscono a meraviglia allo stile solista più pacato ma dalla grandissima caratura tecnica di Chris Broderick, un’ascia dalle indiscutibili doti virtuosistiche.
Due gli estratti dall’ultimo lavoro in studio “Endgame”: “1,320′” e “Headcrusher” accolti, soprattutto il secondo, con insolito calore dalla platea romana, a riprova dell’apprezzamento per l’ultima parte della discografia della band americana. Un gradimento che è esploso in furore con i brani posti a sigillo dello show, da “A Tout Le Monde” a “Peace Sells” fino alla conclusiva “Holy Wars…The Punishment Due” che ha definitivamente chiuso i giochi e ci anche divertito con l’ingresso in scena del minaccioso Vic Rattlehead.

Giusto il tempo per la solita ed economicissima birra allo stand che i ragazzoni dell’entourage degli Slayer cominciano a montare quello che sarà un vero e proprio teatro di morte e distruzione: muraglie di diffusori Marshall a perdita d’occhio che trasformano lo stage in un enorme amplificatore mortifero.
Le lugubri armonizzazioni di “War Painted Blood” in un gioco di luci rosso sangue alternate all’oscurità ci preparano all’arrivo sul palco della band californiana, il tutto avviene nel giro di pochi secondi. Come l’ineffabilità dantesca nell’ultimo canto del Paradiso di fronte alla bramata visione di Dio, allo stesso modo non so ben descrivervi le sensazioni fisico uditive al primo semplice ma devastante accordo di Tom Araya e compagni. Un semplice accordo che ha introdotto la band sul palco, una nota di inaudita potenza che ha fatto tremare i muri del palazzetto e ha trasformato l’esibizione di poco prima dei Megadeth in quella del Piccolo Coro Dell’Antoniano.

Tra le facce basite ma allo stesso tempo estasiate di tutti gli astanti gli Slayer iniziano il loro show, la danza della morte ha inizio.
Come da previsioni Jeff Hanneman non è sul palco a dimenarsi come un folle perché ancora in convalescenza dopo l’operazione al braccio che ha recentemente subito. A ricoprire il suo ruolo c’è un’altra importantissima figura del panorama thrash metal mondiale: Gary Holt storica ascia degli Exodus.
La band ci rifila un mortale quartetto di pezzi senza riprendere fiato: “Hate Worlwide”, “War Ensemble”, “Postmortem” e “Temptation”. Ogni colpo di cassa di Dave Lombardo è un tuffo al cuore, ogni riff un sussulto. Tom Araya prende la parola e saluta il pubblico, con le ormai consuete frasi di circostanza nell’ormai consueto italiano maccheronico tipico dei musicisti di lingua anglossassone, annunciando l’esecuzione di “Dead Skin Mask” con un acuto sorprendente. Sarà l’unica interruzione alla performance della band che riprenderà a suonare senza stacchi fino alla fine del concerto dimostrando una notevole resistenza fisica nonostante i trent’anni di onorata carriera. Da questo punto in poi l’incolpevole Gary Holt comincerà ad aver alcuni problemi di segnale abbastanza costanti che pregiudicheranno un po’ la sua performance ma che non andranno ad influire affatto sulla buona riuscita della serata. Piccoli problemi di natura tecnica insomma, come i livelli di chitarra non sempre ben bilanciati tendenti ad oscurare la sei corde di Kerry King in favore di quella di Holt, le uniche macchioline riscontrabili in questa serata stratosferica. Serata che non poteva non concludersi con un brano del calibro di “Angel Of Death” cantata e pogata da chiunque si trovasse sotto il palco.

E all’improvviso dopo tanto rumore il silenzio prevale, il silenzio assordante degli Slayer.
Per qualche giorno credo che mi dedicherò all’ascolto di musica ambient o cori jodel.

Megadeth

Trust
In My Darkest Hour
Hangar 18
Wake Up Dead
1,320′
Poison Was The Cure
Sweating Bullets
She-Wolf
Head Crusher
A Tout Le Monde
Symphony Of Destruction
Peace Sells

Encore:
Holy Wars The Punishment Due

Slayer

World Painted Blood
Hate Worldwide
War Ensemble
Postmortem
Temptation
Dead Skin Mask
Silent Scream
The Antichrist
Americon
Payback
Seasons In The Abyss
Snuff
South Of Heaven
Raining Blood
Black Magic
Angel Of Death

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