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Loudvision sbarca a Knebworth

Knebworth: fin dagli anni ’70, teatro di concerti leggendari dalla Allman Brothers Band ai Led Zeppelin, dai Queen agli Oasis. Dall’anno scorso è tappa finale del Sonisphere, festival itinerante europeo dalle sonorità pendenti verso il metal. Nell’edizione 2010 la data inglese è fondamentalmente l’unica sfigata a non presentare l’incredibile reunion dei Big Four Anthrax/Slayer/Megadeth/Metallica, ma la line-up presentata, capitanata da Rammstein e Iron Maiden, rimaneva di tutto rispetto. Un unico appunto: chiunque abbia deciso di programmare lo show di Henry Rollins alle 11 del mattino è un criminale.
Segue rassegna delle band che i vostri inviati sono riusciti a gustarsi girando come trottole da un palco all’altro:

SKUNK ANANSIE – Stanno per tornare sugli scaffali con un nuovo album intitolato “Wonderlustre”. A giudicare dal live non hanno perso un grammo di grinta, specialmente Skin sembra uscita da una capsula criogenica che ne ha fermato l’invecchiamento per nove anni: fedele al suo look da pantera dai muscoli d’acciaio e dalla voce di velluto, salta e si dimena sulle candide scarpe da basket mentre urla pezzi vecchi e nuovi. Ecco, appunto: la scaletta inizia subito con “Selling Jesus” e la hit “Charlie Big Potato” e siamo tutti contenti; poi arriva il singolo dall’album nuovo, e siamo abbastanza soddisfatti; e dopo? Dopo, ahimè, l’intensità musicale va calando, benché quella scenica rimanga alle stelle. Il loro pubblico, comunque, non se ne accorge molto.

PLACEBO – Continua l’immersione nei favolosi anni ’90. Stasera i Placebo sono in sei sul palco, tutti biancovestiti (in un sedicente festival metal) compresa una bella violinista che rende le loro tessiture eleganti e corpose. Stesso programma misto fra classici (“Nancy Boy”, “Every You Every Me”) e singoli dell’ultima fatica “Battle For The Sun”. Niente da dire, la band ha una sua poetica ben precisa e la sciorina in modo coerente ed ordinato. Sì, però che pal… no, aspetta, questa è una cover di “All Apologies”! Scelta insolita e sorprendentemente riuscita: Molko stende la sua voce cristallina e ironica su un presidio grunge e, finalmente, vince.

GALLOWS - Entriamo giusto per sentire Frank Carter che annuncia “Dunque: a metà del prossimo pezzo c’è un break, e quando scatterà il break, io mi tufferò in mezzo a voi e camminerò sulle vostre teste fino ad attraversare tutto il tendone.” Lo fa. Chapeau.

MOTLEY CRUE – Ormai sono anni che sono tornati in tour con regolarità, e l’esercizio conta. È decisamente un’altra band rispetto a cinque anni fa al Gods of Metal di Bologna, dove ogni tre pezzi dovevano fare pausa per sgranchirsi le ossa (tutti, non solo quel miracolato di Mick Mars) e per coprire i tempi morti erano stati costretti ad assumere nani e spogliarelliste. Vince Neil pare addirittura pimpante, anche se è vergognosissimo nel presentarsi con t-shirt e persino chitarra che pubblicizzano il suo disco solista. La scaletta è un greatest hits tirato e pulito, con la sola omissione (grossisssima) di “Home Sweet Home”. Bravi.

RAMMSTEIN – Che meraviglia. Gli alfieri dell’industrial metal teutonico sono in gran forma, a cominciare da Till Lindemann con la sua voce che arriva direttamente dal Walhalla. Ogni pezzo scatena l’isteria collettiva nell’enorme pubblico della sera: “Du Hast”, “Du Rechst So Gut”, “Feuer Frei”, “Sonne”, “Benzin”, “Amerika” – no, scherzo. “Amerika” non l’hanno suonata! In compenso hanno costellato lo spettacolo di lanciafiamme in subbuglio, fuochi d’artificio dal palco e diretti contro il palco, hanno dato fuoco ad uno sconosciuto (di solito è Lindemann che si sobbarca l’onere; forse stasera era un po’ stanchino). Altre chicche: il tastierista Christian Lorenz che si getta sul pubblico a bordo di un gommone e letteralmente naviga per dieci minuti buoni; lo stesso Lorenz che finalmente riapproda sul palco ed esegue la seconda parte del concerto camminando su un tapis roulant; Lindemann che innaffia il pubblico di schiuma con un gigantesco e fallico cannone rosa. Fino alla meravigliosa pioggia di coriandoli che si perdono nell’aria, mentre la band si congeda con un inchino.
[PAGEBREAK] SLAYER – Immensi, come al solito. Uno magari pensa che farli suonare alle tre del pomeriggio sia penalizzante, e invece come prima cosa oscurano il sole (che sì, in Inghilterra è più facile che altrove, ma non è comunque da tutti) e come seconda cosa procedono a prendere a decibel fortissimi in faccia uno ad uno i 55.000 presenti. La miglior metal band di tutti i tempi, come giustamente sottolineato pochi minuti dopo da Brian Posehn.

BRIAN POSEHN – No, non è una band che non conoscete. È un comico grande grosso e molto brutto, proveniente dalla scuderia politicamente scorrettissima del Sarah SIlverman Show. I più attenti di voi l’avranno visto in “La casa del diavolo” di Rob Zombie mentre raccontava il suo sogno di fare il clown da rodeo, per poi finire ammazzato da Otis B. Driftwood circa sette minuti dopo. Altri di voi l’avranno notato nel sequel di “Scemo e più Scemo” o in quello dei “Fantastici 4″, ma se siete tra di essi sappiate che non vi stimiamo. Vi può invece interessare maggiormente un suo singolo inciso alla guida di una band formata da Scott Ian, Joey Vera, John Tempesta e Jonathan Donais. E che, oltre a ciò, fa molto ridere (che sarebbe anche il suo mestiere).

BRING ME THE HORIZON – Bravini, ma non possono mischiare vocalità grind, chitarra e batteria speed-metal coi coretti e le melodie (e i ciuffoni) emo. Non possono. Ragazzi, siete ancora in tempo: è il momento di fare una scelta, altrimenti non siete né carne né pesce.

ALICE IN CHAINS – Il trucco è molto semplice: chiudere gli occhi. William DuVall, tolti diversi strati di raffinatezza espressiva, è la copia vocale sputata di Layne Staley e, se non distratte dalla vista dissociante di un muscoloso afroamericano dal bulbo voluminoso al posto di un biondino emaciato, le orecchie viaggiano beate verso il 1994 e piazzano tenda lì. In uno slot di appena 45 minuti tocca tagliare la finestra acustica che in un set normale sarebbe il momento più emozionante, ma “Them Bones”, “Would?” e “Rooster” rimangono un bel regalo.

THE CULT – Chi vi scrive ascolterebbe Ian Astbury cantare anche l’elenco del telefono e non può fare a meno di ripeterlo ogni volta che ne parla. Ciò non gli impedisce di storcere il naso quando il Jim Morrison dei poveri inizia a spararle un po’ troppo grosse, perché sfido anche il più accanito fan dei Cult a non stranirsi quando il nostro inizia ad elencare i generi musicali più disparati che la sua band avrebbe teoricamente attraversato nel corso degli anni e ad annunciare un brano tratto dalla “fase metal” che non è altro che una traccia del loro disco semi-inutile del 2002 la quale, prima di diventare l’84esimo clone di “Fire Woman”, azzarda un riff più pestato del solito. Detto questo, “Rain” e “She Sells Sanctuary” rimangono pezzi capaci di smuovere anche i sassi.

IGGY POP & THE STOOGES – un pubblico stranamente scarso ma caldissimo e affettuoso saluta l’icona rock più generosa del Festival: il grande Iggy si muove ancora con la grazia di una Carla Fracci in acido, balza sul muro di ampli, scende fra il pubblico, invita alcuni gggiovani a ballare con lui. L’intro con “Raw Power” e “Search And Destroy” è fulminante, gli Stooges suonano solidissimi e smaglianti, Iggy è un miracolo della biologia (altro che quel piccoletto italiano al governo, sì, dai, avete capito quale). Dopo una breve pausa verso la fine, Iggy incendia la folla con due lunghissime versioni di “I Wanna Be Your Dog” e “Your Pretty Face Is Going To Hell”. Anche quando gli strumenti tacciono, il nostro continua a ballare e a ringraziare. Una lezione di signorilità, oltre che di sano, adrenalinico rock. Chapeau.

IRON MAIDEN – dopo aver passato gli ultimi cinque/sei anni a portare in giro per il mondo i loro grandi classici a beneficio dei fans più giovani, decidono di dedicare la data di Knebworth a loro stessi e la imballano di pezzi provenienti dagli ultimi due dischi, più il gradito intruso “Wrathchild”. Lo zoccolo durissimo apprezza, gli altri si aggrappano a un finale che recupera “Fear of the Dark” e concede le imprescindibili “Iron Maiden”, “The Number of the Beast”, “Hallowed Be Thy Name” e “Running Free”. Monumentali, sempre e comunque.

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