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Love at “Last” Sting

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Se addio deve essere, è in un modo strano; non tanto nella forma, quanto nel contenuto.
Se insomma “Sting In The Tail” deve essere l’ultimo disco inedito di una band che al rock ha dato alcuni dei suoi motivi d’orgoglio, il modo in cui è scritto, suonato e realizzato, nonché la sua pubblicazione, qualche riflessione in più la suggeriscono.

Partiamo dal fondo
“Sting In the Tail” è il disco che segue il buon “Humanity – Hour I”, disco coraggioso che affermava la voglia di una band, certo storica e certo un po’ attempata, di mettersi al passo con i tempi, indurendo e aggiornando il proprio sound e richiamando il meno possibile l’ingombrante passato, pur rimanendo fedele alla propria identità. Nel 2007, si affermava insomma la voglia di esserci ancora e di non vivere di ricordi (e royalties vecchie). Peccato non poter assistere al seguito.
E poi?
Si pubblica il disco dell’addio e si annuncia l’ultimo tour. Perché le vendite del precedente platter non hanno toccato le vette sperate? I maliziosi lo penseranno.

Tanto più all’ascolto del nuovo lavoro degli Scorpions. Un’opera che invece fa ritornare sui propri passi il combo teutonico, riprendendo stilemi, suoni e testi classici del gruppo, riproponendoli in maniera piuttosto fedele a se stessa: e se al riff di “Raised on Rock” si penserà di esser all’ascolto di “Love At First Sting”, non sarà solo per via di un discutibile gioco di parole.
Ci salutano quindi con ruffianeria indesiderata?
Forse. O forse era semplicemente il modo più giusto per celebrare una carriera di quelle che ce ne sono poche. Di quelle che danno tanto (almeno) ai cor gentili che gliene concedono l’opportunità, e i cui frutti probabilmente non si perderanno.

L’importante oggi, come al solito, è comunque l’ispirazione
E quella c’è ancora, pur non essendo quella dei tempi che furono. Non la si scorge in maniera così evidente negli up-tempo tipo “Sting in the Tail” o “Rock Zone”, quanto piuttosto nei momenti più melodici e romantici, quegli stessi contesti in cui il gruppo trova oggi la sua dimensione ideale e riesce a dare la paga a tanta concorrenza. “The Good Die Young” è pronta a darne testimonianza insieme a “Lorelei” e “Sly”. La conclusiva “The Best Is Yet To Come” non sarà invece ricordata nei secoli, verosimilmente urticherà i duri e puri, ma pur nella sua scontatezza, una traccia di malinconia nei cuori dei die-hard fan la lascerà.

E se addio deve essere, dicevamo, gli Scorpions alla fine ci salutano così: con ancora un certo entusiasmo e apparente voglia di rockeggiarti a mo’ d’uragano, appena appena afflitti dagli anni che passano. Apparentemente con ancora tanti ritornelli da far cantare e riff da far sentire (e chissenefrega fossero anche sempre gli stessi).
Ma il tempo è arrivato, si affolano a dire.

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