Home > Interviste > Low: La via che c’è, ma non si vede

Low: La via che c’è, ma non si vede

Siamo agitati, agitatissimi, al pensiero di intervistare i Low.
Dopo il soundcheck in vista della serata, Alan si presenta con grande educazione e ci porta nel piano seminterrato in cui il fonico sta smanettando al computer. Scompare un attimo, lasciandoci al manager Matt, il quale ci offre da bere (in effetti il luogo è pieno di birre, bibite, vassoi colmi di affettati e si scorge pure una pila consistente di tavolette di cioccolato), ma noi rifiutiamo con garbo.
Alan ci fa segno di raggiungerlo nel corridoio davanti a noi: arriviamo in una stanza dotata di due lavandini e, in fondo, di una doccia con tanto di tenda abbinata all’ambiente circostante. In pratica: un bagno.
Ci accomodiamo sulle sedie che Mimi e Alan hanno preparato per noi e iniziamo.

Wow, è la prima volta che facciamo un’intervista in un bagno.
Mimi: Anche noi! (ride)

Bene, partiamo con le domande. Quali sono le principali ispirazioni del vostro ultimo album, “The Invisible Way”?
Alan: Oh beh… Di solito cominciamo a scrivere canzoni e poi capiamo cosa vogliamo fare. Da un paio di album a questa parte ci poniamo la domanda “Come possiamo fare una canzone senza dipendere dalla persona che l’ha scritta?”, per me è stato un tentativo di tirarmi fuori affinché il brano possa vivere di vita propria e reggersi da solo.
Siamo sempre stati ispirati da dischi buoni e semplici, minimalisti, di gente che riusciva a ottenere un ottimo sound con poche cose in mano. È difficile dire chi di preciso ci abbia ispirati, se abbiamo sentito qualcosa e abbiamo pensato “Vogliamo fare anche noi così!”.
Mimi: Diciamo che mentre stavamo scrivendo le canzoni ci siamo spinti avanti e poi qualcosa ci ha ispirati, che fosse una melodia o una linea vocale. Questo è il nostro modo di lavorare. Lavoriamo e ci facciamo ispirare, non partiamo dall’ispirazione per lavorarci sopra in seguito. Sono cose che vengono, così.
Alan: Sì, per “The Invisible Way” Mimi ha scritto una manciata di canzoni con il pianoforte e poi Steve, il terzo musicista, ci ha suonato altro pianoforte e quindi ci è venuto in mente che forse (ride) lo avremmo usato nell’album.
A volte ci capita che pensiamo “Oh, nel prossimo disco faremo questo e quest’altro!” e alla fine ci ritroviamo a scrivere canzoni e vediamo dove si va a parare.

E il titolo dell’album da dove viene?
Alan: È venuto in mente a Mimi. Stava lavorando sulle liriche ed è giunta a “invisible way”. Per me quello doveva essere il titolo.
Mimi: Sì, è stato buttato lì da me e Alan l’ha raccolto.
Alan: Mentre stavamo registrandolo, ho avuto la sensazione che ci stessimo alzando da terra, che qualcosa ci stesse trasportando avanti senza che noi effettivamente sapessimo verso quale meta. Per me quella è stata una sensazione spirituale, come se fossero delle forze intangibili a muoverci.
Siamo riusciti a suonare come volevamo; a volte vai nello studio e non ti viene l’ispirazione, sei lì con il corpo ma la tua testa è da tutt’altra parte. Ma questa volta non è andata in quella maniera, anzi, è stato un continuo.
“The Invisibile Way” ha questo significato: c’è un modo, una strada, ma non riesci a vederla. Ma c’è una strada!

Ho apprezzato molto “Waiting”, soprattutto quando dite “Hope runs wild”. Mi ha ricordato il vostro primo disco, “I Could Live In Hope”, e il brano “Words”.
Alan:
Che bello, mi fa piacere.
Mimi: Ah, l’abbiamo suonata di recente, “Words”! Magari stasera la proporremo…

SPERIAMO! (risate generali)
Alan: Non ci sono molte persone che la chiederebbero, a pensarci bene… Molto bene, davvero.

Che significato ha per voi la parola “speranza”? State ancora vivendo nella speranza? (risate)
Mimi: Sì, siamo ancora vivi… (ride)
Alan: Esatto, ci svegliamo ancora al mattino, quindi deve esserci speranza. Penso che la speranza sia pensare “Forse oggi ce la farò a sopravvivere, forse c’è qualcosa di bello per cui valga vivere”.
Mimi: Penso che nell’essere umano ci siano delle qualità terribili, veramente brutte, ma credo che la speranza, anche quella, si radichi nelle persone. Quindi tutti abbiamo quell’abilità a mantenerci sulla strada, ad andare avanti. La speranza è l’unica strada.
Alan: La speranza è molto legata alla fede. Magari c’è una risposta, magari sarò felice, forse troverò l’amore e forse no. Prima devi lasciarti andare e accettare la speranza, perché spesso non ne vuoi sapere alcunché, la eviti perché pensi che poi ne sarai deluso.
Bisogna provarci e sperare, pensare “Le cose magari andranno bene, vediamo cosa succede”.
La fede del resto è non sapere a cosa si va incontro, ma darle comunque una possibilità.
[PAGEBREAK] Voi siete in giro da vent’anni, oramai. Quali sono le differenze tra passato e presente che potete riscontrare in voi?
Mimi: Ci sono lati positivi e negativi. Quando inizi sei pieno di speranza (ride) e sei entusiasta. Poi, passati venti anni, diventi più concreto e realista, tipo “Mah, forse questo non andrà esattamente come mi auspicavo” (ride).
Alan: A volte funziona, altre no. Almeno sbagliando si impara, l’importante è provare.
Mimi: Esatto, impari le cose. Questo è un bene.
Alan: Tutti crescono e cambiano prospettiva su ogni cosa. Sei la stessa persona, ma vedi in modo differente ciò che ti circonda. Magari trovi una risposta migliore rispetto a prima.
Mimi: O magari ti rendi conto che non c’è una risposta (ride).
Alan: Sì, pensavo di sapere e invece no (ride). Abbiamo iniziato che eravamo giovani, non avevamo soldi e la gente non voleva venire a vederci…
Mimi: Adesso siamo più vecchi e non abbiamo soldi ugualmente (risate).
Alan: E stiamo ancora cercando di farci ascoltare dalle persone che non ci vogliono.
Mimi: In fin dei conti, è rimasto tutto più o meno uguale (ride).
Alan: Abbiamo avuto dei figli, intanto, e quello ci ha cambiato la visione del mondo. Ci sono gli stessi problemi e gli stessi desideri, ma cambia la prospettiva. È una cosa naturale, quando si cresce.
Quando vai a scrivere una canzone e quando vai a suonare, allora sì che ti senti come agli inizi, perché devi fare tutto da zero, ancora. Ci vuole tempo per capire che non bisogna essere troppo severi con se stessi, perché prima o poi la risposta arriva.
Si chiama saggezza? Non lo so.

Qual è la parte che preferite del vostro lavoro?
Alan: Le sorprese. Quando ti impegni in qualcosa e ottieni un risultato migliore di ciò che ti aspettavi. Quando tu porti qualcosa al momento, ma anche il momento porta qualcosa a te, ecco, penso che quella sia la parte migliore. A volte succede mentre stai scrivendo una canzone nel cuore della notte, altre mentre stai guidando e ti viene un’illuminazione. Ma sul palco è il luogo dove accade in maniera più evidente e intensa.
Anche la parte del viaggio ci piace molto. Negli anni abbiamo conosciuto tante persone, ormai amici; si hanno queste relazioni da un giorno soltanto, magari, del tipo che arrivi sul posto, ti sistemano il palco per lo spettacolo e il giorno dopo parti. Ma comunque ti rimane quell’amico in quel luogo, perché si lavora insieme, da vicino. Capita che li si incontri di nuovo, poi. Quando saremo più vecchi non lo faremo più, perciò un giorno ci guarderemo indietro e ci ricorderemo di queste belle esperienze. Penseremo ai nostri one-day-friends.

Vi piace stare in Italia?
Mimi: Tantissimo! Le persone sono accoglienti, i posti meravigliosi.
Alan: Firenze è stata bellissima, come esperienza. Nei primi anni Novanta andammo a Milano, al Tunnel, in un tour davvero fai-da-te, piccolo e poco organizzato. Ne ho dei bei ricordi.
Rivolgendosi alla moglie Mimi- Tu avevi l’emicrania (lei ride).
Mimi: Tu eri così preoccupato per me, ma forse perché ero stata troppo drammatica (ride)
Alan: Stavamo in un appartamento piccolo…
Mimi: Molto spaventoso!
Alan: Non c’era il telefono, vent’anni fa i cellulari non si usavano. Pensavamo “Massì, il tizio verrà a recuperarci domani. O almeno penso!”.

Si torna alla speranza! (risate)
Alan: Bei ricordi… C’era Giorgio, un amico italiano; era così timido, non riusciva nemmeno a farci le foto (risate).

Adesso che ci sono tanti media e i social network, come vi rapportate con il pubblico?
Alan: Abbiamo visto i cambiamenti da quando non c’era internet ai primi siti, email, blog, Facebook… Stiamo ancora imparando. Ho fatto twitter, perché è molto immediato e se mi viene qualcosa in mente lo scrivo e invio. Fine. Su Facebook non riuscirei a stare, c’è troppa organizzazione in ballo.
twitter è -schiocca la lingua toccandosi la tempia con l’indice e finge di digitare qualcosa e inviarlo- e via.
Per certi aspetti le cose sono rimaste invariate: alla gente piace un gruppo, lo dice agli amici, si invitano. Tutto più immediato, certo.
La cosa migliore però è vedere le persone agli show, c’è contatto diretto.
[PAGEBREAK] I media sono fatti per rimanere nella nostra cultura… un giorno forse ci sveglieremo e capiremo che invece sono una brutta roba (ride).
Forse c’è troppa informazione. Una cosa, quando ero ragazzo, era sicura: di un artista non sapevi alcunché, non conoscevi cosa dicesse o pensasse, ti limitavi alle canzoni. Lo conoscevi tramite la sua musica. Ora tutti mi conoscono, ho dei follower su twitter e “blablabla, mi piace il gelato, questa band fa schifo”.
Mimi: A volte può diventare troppo.
Alan: Sì, poi a un certo punto ho pensato che non importa, è ormai tardi perché io sia un mistero e non sono così famoso da interessarmi a cosa pensino di me. Forse lo sarebbe per uno davvero conosciuto, che preferirebbe tenere sotto controllo tutte le sue informazioni.
I nostri amici li conosciamo, ne incontriamo di nuovi ai concerti. Alla fine degli show li salutiamo con la mano… Questo è bello.

L’ultima domanda è una domanda politica, quindi se non vi piace ditelo.
Alan: AMO la politica… (ride)

Che cosa pensate del government shutdown?
Mimi: Oh, credo sia ridicolo. Per fortuna non siamo stati toccati dalla faccenda perché non lavoriamo nella pubblica amministrazione o nel governo, personalmente.
Alan: Si tratta di un altro capitolo del libro che le imprese hanno scritto: il capitalismo. Il governo negli Stati Uniti significa denaro, in realtà funziona così in tutto il mondo. Ormai si parla di “Come controlliamo questo? E quest’altro?”, quindi puoi dire “Oh, repubblicani!”, “Oh, Barack Obama””, ma tutti sono controllati dal denaro.

Prima dello shutdown comunque le cose non andavano, le leggi non venivano approvate e nulla si smuoveva né in politica né in economia. Potremmo parlare per ore di ciò che è successo negli ultimi dodici anni negli USA, di quanto si sia aperto il divario, della serie “Io sono nel giusto, tu hai torto!”.
Un tempo la gente si conciliava di più, diceva “Preferisco questo, magari non sono d’accordo con te, ma ok, vediamo come possiamo risolvere la situazione per entrambi”. Ma adesso il linguaggio e il modo in cui la gente difende la propria posizione in pubblico s’è tramutato in un “GIUSTO O SBAGLIATO”.
Si va aldilà della politica, è un atteggiamento: “Questo gruppo fa schifo! Questo è il migliore!”. No, è la tua opinione, è diverso. Ripeto, è sempre il denaro. Io amo Barack Obama e siamo stati contenti che fosse eletto, ma alla fine dei conti anche lui ha le mani legate, come tutti gli altri. Deve stare ai comandi di chi ha più potere di lui, persone che noi non vediamo nemmeno. Purtroppo.
Servirebbe qualcosa di drastico per far cambiare la mentalità della gente. Il mondo è una rana che sta venendo pian piano bollita: dice “Mah, io sto bene dopotutto”, in realtà però la situazione è drammatica. Al limite.
Vedremo.

Per non andare a piangere in un angolo ci siamo risollevati il morale ridendo e scherzando, tra un autografo e un abbraccio, congedandoci per poi rivederci la sera stessa in occasione del concerto.

Scroll To Top