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Luciano Ligabue presenta Made In Italy

È doveroso premettere che essere un fan della vecchia guardia, in questo di Luciano Ligabue che torna al cinema con “Made in Italy“, ha i suoi pro e, ahimé, anche i suoi contro (che lo si voglia oppure no). Di conseguenza, il rischio maggiore è quello di dover fare i conti il più delle volte con una certa fatica e non poco sudore pur di mantenere vivo questa sorta di sentimento, legame o comunque lo si voglia definire che un bel giorno ciascuno di noi si è voluto inventare per svariate ragioni personali (soprattutto quelle del cuore, che ragioni non sente) nei confronti di un artista/cantante diventato per noi un punto di riferimento ogni qualvolta ci fosse bisogno di sentirsi meno soli al cospetto delle nostre emozioni più forti e quasi difficili da tradurre in parole.

Basterebbero queste poche righe, se vogliamo, a giustificare lo scarso entusiasmo di alcuni di noi a dispetto di un album come “Made In Italy” (pubblicato il 16 novembre del 2016), se non quello dei vari simpatizzanti che il buon Luciano Ligabue l’hanno deliberatamente perso di vista sin dai tempi di “Arrivederci Mostro” (2010), o ancora prima. Ma per quelli di noi che sanno ancora mostrare un briciolo di sincerità, non dovrebbe costare vergogna ammettere che sì, “i primi amori non si scordano mai” e quindi tanto meno andrebbero rinnegati soltanto perché un bel giorno ci siamo detti “è ora di crescere”. Come se questo facesse rima con “pretendiamo di più da chi ci ha fatto innamorare così tanto di un certo tipo di forma canzone”.

Con una simile premessa, è quasi inutile sottolinearvi quanto il monte delle mie aspettative vantasse prima di questo appuntamento con l’anteprima di “Made In Italy” (in uscita giovedì 25 gennaio), una vetta così alta da far gola a Reinhold Messner. Se poi, come me, avete anche saputo apprezzare i primi due lavori dietro la macchina da presa del Liga (“Radiofreccia”, 1998 e “Da Zero a Dieci”, 2002) potete immaginare lo sforzo non indifferente di allontanare il forte rischio di presentarsi prevenuti fino all’ultimo secondo prima della proiezione in sala. Unica soluzione? Disfarsi di ogni genere di diffidenza, che siate o meno seguaci del rocker emiliano.

Perché a conti fatti, “Made In Italy” è una pellicola che convince sotto molteplici aspetti, proponendosi, come lo stesso Luciano ha sottolineato durante la conferenza stampa post proiezione, anzitutto come un film “sentimentale”: il racconto nudo e crudo di un gruppo qualsiasi di “brave persone” di mezza età (e dei loro stati d’animo) che si ritrovano a dover fare i conti con le loro vite messe alle strette da un Paese in piena crisi economica e di valori (l’Italia), e pertanto sempre più difficile da amare e del quale sentirsi di farne ancora parte.

Al cospetto di una vita che sembra tristemente preimpostata  (un lavoro non scelto e precario, una casa di famiglia mantenuta a stento, un matrimonio sincero ma non immune dalle classiche dinamiche della crisi di coppia), pur tuttavia alleggerita dalla presenza degli amici più fidati, Riko (interpretato dal solito apprezzabile Stefano Accorsi) avverte il bisogno viscerale di dare una svolta alla propria vita fin troppo condita dalla rabbia e la disillusione. Da qui, l’innesco per una serie di situazioni che guideranno il protagonista attraverso scelte di stomaco, perdita di certezze e momenti altalenanti di leggerezza e disperazione, alla ricerca di un agognato riscatto nei confronti di una realtà che sembra sfuggire sempre più di mano.

«Ancora una volta – ha spiegato Ligabue – l’ispirazione per i personaggi e gli argomenti viene in buona parte dalla realtà di provincia che conosco, e in particolare da alcuni miei amici storici che in materia di ingiustizia fiscale, spostamenti in avanti di pensione e licenziamenti ne sanno certamente più di me. Il seme di tutto il progetto nasce dalla canzone “Non Ho Che Te”, e da lì ha preso il via quel concept album che è poi diventato “Made In Italy” e il cui scopo, oltre a quello di testimoniare un amore, il mio, per questo Paese oggi più che mai messo a dura prova, è sempre stato quello di fornire un’analisi specifica – non sociale, come erroneamente si pensava anche di “Radiofreccia” – di ciò che significa fare i conti con la perdita di identità nel momento in cui vengono meno le certezze più grandi, come quella del lavoro».

Avvalendosi di un cast preparato e valido (nel quale spiccano Kasia Smutniak, Fausto Maia Sciarappa, Walter Leonardi, Filippo Dini, Alessia Giuliani, Gianluca Gobbi e Tobia De Angelis), il Liga è riuscito sicuramente nella sua terza opera non solo a ribadire il suo talento come regista (che a detta sua, in maniera ironica, è una fatica boia), ma ancora una volta la sua capacità e passione nel riuscire a raccontare (come già avviene da quasi 30 anni di carriera attraverso le canzoni) le storie più comuni con estrema empatia. E regalando, con il suo “Made In Italy” il riscatto a tutti coloro che si sentono vittime inevitabili della cosiddetta “legge del furiere”, secondo cui “essere brave persone in questo paese non paga”.

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