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Luigi Lo Cascio alla ricerca della verità

Ha avuto luogo alla Casa del Cinema di Roma la conferenza stampa del film “La città ideale” di Luigi Lo Cascio, regista e attore protagonista della pellicola. Tra gli ospiti: il produttore Angelo Barbagallo, l’attrice Catrinel Marlon e Carlo Brancaleone di RaiCinema. Il film arriverà nelle nostre sale l’11 aprile.

Prima esperienza da regista per Lo Cascio, noto attore di origini siciliane che aveva esordito al cinema già dal 2000 con il film di Marco Tullio Giordana “I cento passi”. Al Festival di Venezia la critica ha definito il film un “thriller morale“, appellativo nel quale il regista si riconosce poiché la pellicola si fonda sulla ricerca della verità, con un velo di mistero.
«La ricerca della verità — afferma Lo Cascio — per gli altri è un pretesto per l’approfondimento della ricerca della verità personale, della verità soggettiva, di qualcosa che sfuggiva al protagonista e che lo costringe a scoprire qualcosa di sé che col tempo aveva rimosso. In tal senso l’aggettivo “morale” è il più appropriato perché ha a che fare con l’etica del protagonista».

«La mia intenzione — continua il regista — in realtà non era quella di andar contro alla giustizia, che non è il tema del film, né tanto meno contro i magistrati. L’ambito della giustizia l’ho scelto perché è il luogo in cui la ricerca della verità si svolge in maniera più pressante, e anche perché mentre in determinati ambiti la verità rimane relativa e quindi si piega alle logiche dell’interpretazione, dal momento che ognuno ha i propri gusti. In ambito giudiziario bisogna prevenire a una sentenza. Mi sono concentrato in particolare sul momento dell’interrogatorio, ovvero quando un uomo si trova a dover testimoniare la propria verità e non è in grado di fare in modo che l’inverosimiglianza della sua esperienza possa diventare ragionevole per chi ascolta. È una parola consegnata a qualcuno che ne farà qualcosa che noi non sappiamo. Nel film non c’è nessun attacco alla magistratura, io mi sarei comportato allo stesso modo perché il vero problema è che quando ascoltiamo qualcuno che ha un’esperienza inverosimile la confiniamo nell’impossibile: se è inverosimile per me allora vuol dire che non esiste».

Lo Cascio ha volutamente evidenziato la presenza di un uomo archeologico poiché crede che ognuno di noi abbia qualcosa da nascondere, un senso di colpa rispetto a qualcosa di personale lo abbiamo un po’ tutti: meglio un uomo che, dinnanzi a un magistrato, traballa e balbetta, piuttosto di uno che con sfacciataggine si mette a tu per tu con la legge, pensando di possederla. E confessa che nel suo film c’è un’influenza kafkiana, riconosciuta dai giornalisti in sala, soprattutto per quel che riguarda le atmosfere, ovvero lo sprofondamento da un momento all’altro e, in particolare, il regista sottolinea il suo noto aforisma “l’uomo deve necessariamente produrre la verità dall’interno“: «L’uomo è legato a una catena generosamente lunga per cui uno non si accorge di averla, quando uno va troppo nella stessa direzione a un certo punto la catena si fa sentire e si sente questo senso di prigionia che viene proprio nel momento in cui si pensa di essere al massimo della propria libertà. Nel film ho voluto marcare questa cosa».
Il regista-attore si rispecchia molto nel protagonista del film, Michele Grassadonia: «Abbiamo alcune cose in comune: la stessa mamma e gli stessi vestiti. Siena è la città ideale perché è fatta a misura d’uomo, archetipo della civiltà urbana e mi è capitato di accostarla alla polis greca». Lo Cascio ha infine dichiarato di essere un’ambientalista anche nella vita e di avere una relazione con la città molto naturale: ama molto camminare e non prende quasi mai la macchina e i mezzi. Conclude: «Ognuno di noi ha una città ideale, e il fatto di averla dimostra che non ci bastiamo».

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