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Luminal: Luce sul nero

Dopo aver assistito al loro live durante il Summer Festival organizzato dal programma radiofonico Area51, abbiamo avuto il piacere di scambiare due parole con Carlo dei Luminal, band romana che si differenzia dalla massa per l’essere completamente al di fuori degli schemi odierni.
Se cercate risposte, momenti da Mulino Bianco, i Luminal non sono per voi. Carlo e Alessandra sono archeologi di quelle sensazioni che ci fanno pensare, riflettere e formulare domande in risposta ad altre domande. Ci piacciono proprio per questo, che ci crediate o no.

Prima di tutto complimenti per il vostro live, appena terminato.
Carlo:
Mamma mia. Considera che è stato il nostro primo vero concerto in tre. Dopo l’uscita del secondo disco ci sono stati dei cambiamenti nel gruppo. Nel giro di un mese ci siamo reinventati il tutto. Alessandra, che suonava la chitarra, ora è passata al basso. Dopo la registrazione del secondo album abbiamo perso batterista e bassista, ora io e Alessandra rimaniamo gli unici membri originali.

Speravamo di assistere a questo festival in compagnia di un grande pubblico. Ok, va bene il detto pochi ma buoni, però stasera si è esibito il meglio delle band alternative della musica italiana e ci aspettavamo qualche persona in più.
Ci vogliono anni. Nel rock italiano ci vogliono almeno dieci anni, minimo. Dischi su dischi prima che qualcuno si accorga di te. Al giorno d’oggi ci sono dei mezzi nuovi per farti conoscere, come i social network ma in realtà internet un po’ frega, ti dà delle convinzioni ma in realtà è ancora tutto molto virtuale. Attualmente per un gruppo di medio interesse un concerto di trecento persone è un evento, mentre se ciò accadeva negli anni novanta era un fallimento. Solo da poco la musica rock sta tornando a essere di interesse principale.

Quando ci siamo contattati per definire i dettagli dell’intervista, mi avevi promesso discorsi anticlericali. Ne vogliamo parlare?
Guarda, ne devi parlare soprattutto con Alessandra. È lei la più satanica, rischia la scomunica. Noi siamo di Roma e come puoi capire è come vivere con un masso dietro la testa. Abbiamo fatto anche un pezzo davanti al Vaticano, chitarra e voce. Subito dopo Alessandra ed è finitam in ospedale, mentre il regista che ci seguiva ha passato due mesi a vomitare senza motivo. Praticamente una maledizione. A me non è successo nulla perché ho passato i giorni prima a fare scongiuri e incrociare le dita dietro la schiena.

Ascoltando il vostro ultimo album “Io Non Credo” ho notato un contrasto. I testi tetri, da cui trapela poca speranza, si scontrano con una musica ben ritmata e decisa. È stato voluto o è solo una mia idea?
Tutte le idee sono valide anche perché noi, le idee, le abbiamo poco chiare su quello che vogliamo fare. Siamo spaventosamente privi di piani, programmi e soprattutto razionalità. Molto semplicemente può essere che la parte letteraria è quello che tu pensi, la parte mentale. Mentre la musica è la parte spirituale. Mentalmente, c’è pochissimo da essere ottimisti, siamo più amari di quanto ci rendiamo conto. Ma per fortuna esiste una parte di assoluto, forse qualcosa di mistico, che ci fa suonare il rock in maniera non troppo depressa. C’è energia.

Come funziona la vostra fase creativa?
In linea di massima io e Alessandra ci mettiamo con la chitarra a creare riff cantando in un inglese finto. Poi viene inserito il testo in italiano con il coltello che graffia sul tavolo, quindi con tanta fatica e fastidio. La musica dà tanto piacere mentre i testi sono una fatica disumana. La questione è che l’italiano è stato massacrato. Qualsiasi cosa dici è come se le parole avessero perso tantissimo peso. Si è persa la purezza del senso delle parole. Alessandra fa meno fatica di me. Lei scrive – tipo – quattro pezzi e tutti quei pezzi vanno sul disco. Io invece ho settecento milioni di canzoni e poi tocca fare una estenuante selezione per decidere quali mettere sull’album.

Cosa è cambiato tra il primo e il secondo album?
Nel primo eravamo spaventosamente immaturi e questo forse era un bene perché avevamo meno paranoie. Volevamo fare un disco molto più duro e grezzo di quello che poi è uscito. Nel secondo abbiamo avuto una visione più ampia. Anche più cantautorato. Ci siamo ritrovati molto più musicisti anche nel toglierci alcuni pregiudizi sul rock indie italiano (non tutti però). Siamo tornati a Battisti, a Dalla e a tanto Rino Gaetano.

Ascoltando i vostri testi c’è un elenco di cose in cui credete e non credete. Che metro di giudizio usate per la vostra fede?
Questa la so. Noi non crediamo, noi in questo momento non crediamo nella realtà. L’unico modo per provar a fare altro è negare quello che sta succedendo. Questa situazione, questa generazione è davvero deprimente. Forse non ce ne rendiamo nemmeno conto soprattuto perché la nostra ribellione è solo dovuta a voler un posto fisso e 1500 euro al mese. Negli anni Sessanta la ribellione era dire “Mettitelo in quel posto il tuo posto fisso, io voglio andare nudo per i campi”. Non sto dicendo di andare nudi per i campi, ma c’è qualcosa in più oltre a lamentarci di non voler essere come i nostri genitori ci vogliono. Io non voglio 1500 euro al mese, non voglio essere ricco, io non voglio essere inserito. Ci si lamenta del sistema e anch’io poi sono parte del sistema. Niente rivoluzioni ma almeno recuperare la capacità sintattica di dire cosa è giusto o cosa è sbagliato. Siamo come dei parassiti su una grandissima bestia. Però crediamo anche nell’impossibile, e forse…

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