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Luminal: Se una balera ti cambia la vita (e la carriera)

A distanza di pochi giorni dall’uscita del terzo album “Amatoriale Italia”, i Luminal sono già pronti a rimettersi in moto sulla scena romana. Troviamo al telefono Alessandra Perna, voce e basso del trio, nella tarda mattinata del fatidico venerdì 17 maggio, quando dopotutto non manca così tanto alle prove per l’esibizione presso il Circolo degli Artisti. Ecco cosa ci siamo dette.

Inizierei a farti delle domande sul disco, che abbiamo apprezzato parecchio. Il titolo: come lo avete pensato e poi scelto?
Il titolo è nato in maniera molto naturale. Si tratta di una chiave di ricerca per film pornografici su Internet ed è anche il simbolo dell’Italia come popolo di dilettanti che fa le cose male, senza conoscere il modo giusto di cimentarsi in esse. Un popolo di dilettanti che va da quello che carica il film porno in rete al musicista che non sa suonare, all’impiegato statale, al politico.

Tutti questi personaggi e il loro atteggiamento hanno portato a un enorme cortocircuito per il quale se l’Italia non funziona correttamente del resto è colpa degli italiani medesimi, che non sanno fare niente, fondamentalmente. Perché non si sbattono per imparare a fare ciò che vogliono fare, e si sa che ci vuole uno sforzo per essere quel che si intende essere: che si tratti del panettiere, del pasticcere, del politico, dell’ingegnere nucleare etc. Imparare è un termine che richiede sforzo, fatica e un lavoro forse lungo tutta la vita. E questa è una cosa che gli italiani non hanno mai voluto fare.

A tale proposito, voi come band nel panorama italiano tali sforzi li avete dovuti affrontare per arrivare dove siete ora?
In realtà noi al contrario di Gaber ci sentiamo italiani, dire di non essere italiani è troppo semplice. Siamo stati educati da famiglie italiane, viviamo a Roma, in questo paese, quindi sappiamo come funzionano certe dinamiche perché siamo noi i primi a viverle. Poi noi siamo pazzi perché cerchiamo di imparare e correggere i nostri errori quasi veramente assassina (ride), però non si parla mai di qualcosa se non la si conosce a fondo.

Per quanto riguarda le canzoni dell’album, c’è stata una lunga genesi o vi sono venute ‘spontanee’?
Io penso sia stata una cosa avvenuta a cascata, nel senso che io volevo fare un gruppo basso-batteria-voce, poi, dopo aver assimilato questa idea, abbiamo deciso che dovevamo parlare appunto di ciò che conoscevamo meglio; siamo partiti quindi dal nostro microcosmo di musicisti per andare a guardare fuori, all’Italia in generale. Di conseguenza, più che una mera raccolta di canzoni classica in realtà si potrebbe quasi definire un concept-album, anche se ovviamente non lo è; però c’è un filo conduttore molto forte.

I pezzi sono nati in questo modo: prima i testi, poi gli arrangiamenti, in generale. La maggior parte di loro è venuta dalle linee di basso e alcuni invece erano nati dalla chitarra acustica, ma sono stati completamente trasformati dal set di basso e batteria.

Approvo molto il vostro assetto e apprezzo quando si vuole far qualcosa di diverso dal solito.
Sì, anche perché un gruppo basso e batteria può diventare un gruppo concettuale magari, come erano i Wolfango. Invece noi abbiamo scelto di lasciare qualcosa di pop, cioè di accessibile, e quindi abbiam provato a far suonare la vecchia formazione in questa, come se il basso fosse un basso insieme a due chitarre (infatti è una roba complicatissima che mi ha uccisa e distrutto).

Penso che la sezione ritmica sia quella che tiene su la baracca, in qualsiasi band, perciò viva il basso e viva la batteria sempre e comunque.
Assolutamente. Io sono una fan dei batteristi, è il batterista che fa il gruppo. Tutti i miei gruppi preferiti hanno batteristi della Madonna.
[PAGEBREAK] Nel disco ci sono pure citazioni musicali, per esempio “Stella Era Una Ballerina Ed Era Sempre Giù” che richiama gli Interpol. Ci sono delle band a cui guardate in particolare?
Oddio, quella è più uno scherzo. Ti spiego: se non ricordo male, nel periodo in cui conoscemmo Stella era uscito il disco degli Interpol o comunque lo stavamo sentendo moltissimo e c’era questo musicista abbastanza famoso del rock italiano che quando veniva a casa nostra praticamente chiamava Stella facendo “Steeeellaaaaa, Steeeellaaaa!”. Urlava e aveva lo stesso tono del cantante degli Interpol, Paul Banks. Perciò in fin dei conti è un po’ una minchiata (ride).

Meglio saperlo, perché poi uno finisce col pensare “Ah, ma quanto sono colti i Luminal che vanno a pensare agli Interpol”.
I riferimenti in questo album sono più legati a Battles, Shellac, anche un po’ Sex Pistols e forse un po’ di Black Flag. Insomma, un po’ di punk vecchio stile. Per i testi filosoficamente siamo molto vicini a Gaber e come melodie più a Battisti.

Bene (?).
Sì, è il caos. Non lo so (ride), è un bruttissimo ibrido.

Ma non è uscito male, va bene così. Fosse stato diverso non sarebbe stata la stessa cosa.
Anzi, dal punto di vista della critica, vi aspettavate tanti pareri positivi sull’album?

No, eravamo convinti che ci avrebbero mandati tutti affanculo, come dicevano i cari Zen Circus. Veramente incredibile. Non ce lo aspettavam, davvero; non credevamo che le persone lo accogliessero con tutto questo entusiasmo. Che poi vabbè, in realtà devono uscire ancora altre recensioni, però le prime sono quasi commoventi.

Passando all’aspetto più ‘tecnico’ della copertina. Perché avete scelto di creare quell’atmosfera festante con voi in mezzo?
Da una parte la balera è un posto dove vanno signori di una certa età, anche ballerini molto bravi che non lo fanno di mestiere. Dall’altra noi siamo andati lì quella sera a fare il servizio fotografico e ci siamo accorti che era un posto dove fondamentalmente la gente stava bene, le persone si stavano divertendo: mangiavano, bevevano, chiacchieravano, ballavano. C’era un’atmosfera reale.

Se tu vai in un qualsiasi locale adesso a passare una serata è la noia. A parte il fatto che da bere costa l’ira di Dio, allucinante; ma poi se li vedi sono tutti lì con queste facce chiuse, abbassate sugli schermi dei cellulari, che non parlano e non si guardano nemmeno. Anzi, se vanno ai concerti ci vanno non per sentire il gruppo, quanto piuttosto perché è un evento. Invece nella balera c’era un’atmosfera assolutamente genuina. Infatti siamo rimasti tutti sconvolti, della serie “Veniamoci qui tutti i sabati!”, “Facciamo l’abbonamento” o “Che bello!”.

Anche perché poi la bella cosa è parlare con le persone- sebbene succeda sempre più nei paesini che nelle città-; quando abbiamo cominciato a ballare anche noi le persone che stavano lì (sia i vecchietti che gli adulti) si avvicinavano per scambiare due parole. Tu in un locale andresti mai da qualcuno a dirgli “Ehi ciao! Beh, che bello stare qui, è stato bello il concerto!”. Eppure lì c’era questa atmosfera tranquilla, del tipo “Come mai siete venuti? Vi piace ballare? Che fate nella vita?”. Una cosa allucinante, una sensazione di umanità che non provavamo da un sacco di tempo.

Quindi si impara anche dalle balere.
Sì, tutti dal prossimo anno lì, a fare tutti i concerti nelle balere.

Parlando appunto di esibizioni: il Primo Maggio a Taranto com’è stato per voi come esperienza?
Beh sicuramente dal punto di vista politico in senso stretto è stato un vero Primo Maggio, nel senso che suonare a Taranto aveva un senso molto forte, anche perché stando lì si scoprono delle cose sull’Ilva e sulla gente che vive in quella città che nessun mezzo d’informazione viene a dirti. Stando a Roma e leggendo i giornali o seguendo i telegiornali non le vieni a sapere. Sette-otto morti a famiglia, divieto ai bambini di giocare in determinate zone aperte, una lista davvero agghiacciante.

Dal punto di vista musicale ovviamente grande paura di salire sul palco e grande euforia una volta scesi. Penso siamo stati l’unico gruppo che ha sentito un pubblico del Primo Maggio: siamo saliti sul palco e abbiamo inziato con “Lele Mora” (ride). Non ti dico, due persone in tutto ad applaudire.
Poi però andando avanti hanno apprezzato molto.

Nonostante il vostro disco disegni un paesaggio molto decadente della nostra penisola avete comunque una speranza, vedete la luce in fondo al tunnel?
Ma, in realtà non lo so. Penso che l’inizio sia prendere coscienza della fine di tutto. Far finta che vada tutto bene è sbagliato; come quando vomiti, no? Devi vomitare ma non vuoi, eppure una volta che lo hai fatto ti senti meglio. La cosa è molto semplice.
Ovviamente la rivoluzione è una rivoluzione personale, prima di essere cittadini, politici, lavoratori, dovremmo imparare ad essere figli, fratelli, amici, fidanzati etc. Se hai un’identità non compiuta poi non puoi fare il passo successivo.
Questo paese poi è strano, poiché ci sorprende sempre, quindi chi lo sa. Pensa che abbiamo avuto per vent’anni Berlusconi e dici “Bene, è finito Berlusconi e forse la situazione migliora” e invece poi è arrivato Grillo… (ride)
Siamo un laboratorio di idee pazze. Sia positivamente che negativamente.

Io non posso dare una soluzione al problema, perché quello che so fare è suonare e a quello mi dedico. Io so come ho risolto la mia vita, l’ho risolta distruggendola e questo è. Lo faccio ancora adesso, con grande fatica e grande sforzo, però sono libera di scegliere ciò che voglio fare.
Se mi sveglio al mattino e penso “Oggi voglio essere questo” posso farlo, mentre la maggior parte delle persone non può perché ha deciso di aderire ai canoni pensando fosse la scelta più comoda, e ora si ritrova bloccata dentro sé stessa.
Non so, ha senso quello che ho detto?

Sì, per me sì. E anzi, così abbiamo anche chiuso in bellezza l’intervista.
Grazie di tutto e in bocca al lupo per il futuro!

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